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La cultura del rispetto ci salverà

La cultura del rispetto ci salverà
Autore: Claudio Martinotti Doria - Redazione Attualita'
Data: 18/10/2018

Descrivere la degenerazione della situazione sociale e istituzionale del cosiddetto “mondo occidentale”, con particolare riferimento al nostro Paese, sarebbe solo una ripetizione ed elencazione noiosa di una molteplicità di argomenti e situazioni stressanti già conosciute da tutti voi, descritte innumerevoli volte da molti articoli miei e di altri autori pressappoco in sintonia con il mio pensiero. Pertanto non vi tedio.

E’ evidente a chiunque disponga ancora d’intelligenza analitica autonoma, che siamo ormai circondati, per non dire assediati, dalla stupidità, dall’egoismo, dal parassitismo, dalla spocchia, dall’aggressività, dall’Ego individuale e collettivo, ecc.. Finché il fenomeno è limitato alla società, influisce pessimamente sulla qualità delle nostre vite, ma i danni rimangono limitati alla sfera personale e locale.

Il problema si fa più grave e pericoloso quando gli stessi comportamenti sono adottati e manifestati a livello di leadership politica, ai massimi livelli istituzionali.

Il comportamento di molti leader di paesi importanti come la Francia, il Regno Unito, la Germania, gli USA, l’UE, ecc., lascia sgomenti per la loro stupidità e protervia, come se fossero completamente dissociati dalla realtà e imponessero d’autorità la loro visione ingiustificata e infondata della realtà, strumentale solo ai loro scopi. Che non sono quelli della popolazione da loro indegnamente rappresentata, ma sono esclusivamente pertinenti a una nicchia sociale esiguamente minoritaria, una élite finanziaria, i cui interessi evidentemente cercano di favorire, pur con scarsissime capacità e competenze individuali, soprattutto a livello strategico, tattico e propagandistico.

Da appassionato di storia ho l’impressione che l’attuale leadership “occidentale” stia manifestando una stupidità collettiva piuttosto pericolosa, che potrebbe sfociare in qualche conflitto bellico non solo regionale, come è avvenuto innumerevoli volte dal dopo guerra ad oggi, ma potrebbe estendersi a livello continentale se non planetario. Perché quando si perde “la presa” sul popolo, che non si beve più la disinformazione e mistificazione dei mass media mainstream, allora non rimane che inventarsi come al solito dei nemici esterni minacciosi per far deflagrare un conflitto, costringendo in tal modo la popolazione a sottomettersi nuovamente alla loro autorità, mettendola di fronte al fatto compiuto, promulgando leggi speciali e imponendo la legge marziale dando maggiore potere ai militari.

Se pensate che il mio solo allarmismo temo siate troppo ottimisti.

Finché si trattava dei Paesi Baltici e della Polonia, era anche comprensibile, con quello che hanno vissuto sulla pelle in passato, il nemico russo come spauracchio può ancora far presa, non fosse altro che per relegare sempre più ai margini le minoranze russe presenti in quei paesi. Ma quando anche i paesi scandinavi assumono lo stesso spauracchio e si aggregano tra loro per esercitazioni militari su vasta scala come se veramente si sentissero minacciati da un’inverosimile invasione russa, allora la situazione diviene preoccupante. E ho taciuto volutamente dell’Ucraina, perché lo ritengo uno stato nazista criminale, dopo il colpo di stato di quattro anni fa, che può reggersi solo fomentando la guerra con la Russia per ottenere finanziamenti esteri occidentali.

Non c’è un solo tema, argomento, evento, iniziativa, dichiarazione, ecc., che provenga dalla leadership europea e occidentale che si possa ritenere intelligente e fondata sulla cultura del rispetto.

Ecco il punto citato nel titolo. Oggi purtroppo si concepisce perlopiù il rispetto in chiave superficiale, ipocrita, esteriore, apparente, confondendolo con la gentilezza, la captatio benevolentia o la “moderazione”, e non si colgono le sue valenze profonde, la sua accezione più ampia, motivo per cui l’ho definita “cultura”, quindi non può limitarsi ad un atteggiamento, una tattica o un comportamento occasionale.

Dev’essere una cultura assimilata, un approccio esistenziale e propositivo permanente e perseverante, una scelta e stile di vita cui mantenersi fedeli, perché è l’unico modo che consenta di interagire con gli altri con pari dignità, tenendo conto degli interessi e diritti di tutti i partecipanti, alla ricerca di una comune condivisione e soluzione ai problemi, senza ricorrere all’uso della forza. Forza che perlopiù si presume di possedere, ma che ormai sono in molti a disporne (anche in eccesso), e non è misurandola reciprocamente e approssimativamente che si potranno mai risolvere le reciproche vertenze. Semmai dovrebbe essere l’intelligenza reciproca a essere misurata, il valore aggiunto dell’apporto di ognuno dovrebbe essere appunto costituito dalle idee, dall’esperienza, dalla disponibilità alla cooperazione, condivisione, mediazione, collaborazione, ecc., finché si trovi un punto di convergenza, sul quale elaborare piani, progetti, accordi, che poi dovranno essere rispettati. E qui ci risiamo col rispetto. Se non si rispettano gli accordi stipulati si perde credibilità, e allora si deve nuovamente ricorrere alla forza per giustificare la propria infedeltà agli accordi, che è la politica adottata continuamente dagli USA, che si ritengono esentati dall’adesione e dal rispetto di qualsiasi accordo precedente in base alle mutate esigenze contingenti.

Con comportamenti del genere la diplomazia perde qualsiasi efficacia, valore e funzionalità, diventa un puro esercizio di retorica e ipocrisia, un rituale esteriore vanificato, spogliato di ogni importanza e significato se non mediatico e propagandistico.

Che gli interessi siano contrastanti è ovvio, fa parte del gioco delle parti, ma il rispetto reciproco dovrebbe essere sacralizzato e si dovrebbe rimuovere solo ed esclusivamente quando un soggetto istituzionale si rende indegno, e in questo caso tutte le parti in gioco dovrebbero riconoscerlo senza mezze misure e ipocrisie, e il colpevole dovrebbe essere moralmente condannato. E non come avviene ora che tutti quanti si accodano al soggetto più forte, o ritenuto tale, anche se il suo comportamento è improntato costantemente alla mancanza di rispetto per chiunque non si allinei alle proprie decisione autoritarie.

Lo stesso discorso vale in ogni località nazionale nel gioco delle parti politiche avverse.

Se ci fosse la cultura del rispetto nei nostri politicanti (se ci fosse non sarebbero politicanti ma politici), l’obiettivo primario dovrebbe essere l’interesse della popolazione, e qualsiasi proposta dovrebbe essere vagliata con questo criterio, e non come avviene continuamente, falsificando l’interpretazione della realtà e dei dati econometrici solo per pervenire a dileggiare l’avversario, anche quando propone qualcosa di valido.

Se si applicasse come criterio privilegiato la cultura del rispetto, si perverrebbe ad approvare proposte favorevoli alla popolazione e alla nazione, e non solo agli interessi di esigue minoranze privilegiate, siano essere interne o esterne ai propri confini

La cultura del rispetto costituisce le fondamenta di qualsiasi edificio politico istituzionale e sociale si voglia costruire, altrimenti sarà solo un bluff di breve durata, destinato a collassare alla prima occasione.

Per costruire una solida, condivisa e assimilata cultura del rispetto, occorrono alcune generazioni, ma si deve pur cominciare in qualche modo, iniziando da ogni singolo soggetto che dovrebbe sforzarsi di cambiare atteggiamento e comunicare con maggiore adesione alla realtà dei fatti, cioè in maniera sincera e non ipocrita e accondiscendente. Occorre rinunciare al quieto vivere e alla ricerca esclusiva dei propri interessi individuali e familistici, per iniziare a promuovere gli interessi comunitari e collettivi, riconoscendo attorno a sé non dei nemici ma semmai degli avversari temporanei, che solo tramite la comunicazione, intensa e rispettosa, potranno partecipare e collaborare riconoscendo il valore di quanto si propone, se effettivamente quanto esponiamo contiene qualcosa di valido.

Proseguire nel pregiudizio e delle critiche oltranziste non approda a null’altro che all’incomprensione e al collasso della convivenza pacifica, facendo il gioco del “divide et impera”, strategia da sempre applicata dai guerrafondai, che hanno tutto l’interesse a fomentare disordini e conflitti, essendo i possessori del mastodontico apparato industriale militare e della security.

Urlare più forte o millantare credito non sempre identifica il vero detentore del potere, ma è la comprensione delle origini e delle dinamiche degli eventi e dei fenomeni e la loro accurata descrizione, la sola modalità che consente di limitare i danni o addirittura impedire che se ne arrechino, Comunicare in modo appropriato e realistico è ancora il mezzo più potente che esista per impedire ai facinorosi di prevalere, in tutti gli ambiti.

Pretendere il rispetto in ogni circostanza dovrebbe divenire una prassi consolidata, il confronto non dovrebbe mai essere considerato una sfida, una competizione, altrimenti si fa il loro gioco, e si è perdenti in partenza. Se veramente volete disarmare un avversario irrispettoso, applicate il rispetto fino in fondo, rivelando come stanno le cose, svelando gli altarini e gli espedienti, i trucchi e le mistificazioni e valorizzando esaustivamente quanto proponete come soluzione. Questo sarebbe un vero atto rivoluzionario, in un’epoca in cui si vorrebbe imporre l’omogeneizzazione del pensiero passivo, cioè l’accettazione delle falsità preconfezionate e mediaticamente propagate.

Più persone adotteranno la cultura del rispetto come stile di comunicazione e strumento propositivo, soprattutto nell’ambito di uno stesso gruppo omogeneo, come ad esempio una compagine di governo, e più aumenteranno le probabilità che col tempo tale modello di riferimento identifichi una “politica di valore” e diventi un modello di riferimento da emulare, in una sorta di contagio politico culturale positivo. Per riuscire in tale intento occorre essere fortemente motivati e saper perseverare, sapendo che il tal modo si fanno gli interessi di tutti in un mondo che, in netto contrasto, pressappoco tutti si dedicano ai propri




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