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Economia. L'antica attualità di una crisi.

Economia. L'antica attualità di una crisi.
Autore: Emilia Urso Anfuso
Data: 18/12/2008


 
Quando si parla della crisi economica che il nostro Paese attraversa da qualche tempo con risvolti sempre più inquietanti, si continua ad iniziare sempre ogni frase con "L'attuale crisi Italiana…".
 
Ma la crisi Italiana, non è "attuale". Lo è in quanto la viviamo nei giorni attuali, ma ha radici antiche, ed è ciò di cui nessuno parla.

Non ne parlano i protagonisti della Politica nostrana. Forse perché non è conveniente. Non ne parla la gente comune. Forse perché non ne è al corrente. Insomma, di crisi si parla e la si vive ovunque, ma viene spiegata, vissuta ed interpretata, prendendo in analisi cose, fatti ed eventi dei giorni nostri, dell'ultima manciata di anni, senza mai riflettere ed analizzare, gli aspetti fondamentali di uno sfascio – quello della nazione Italia – che ha radici antiche e conosciute solo da chi vive da protagonista del Potere.
 
L'Italia è un Paese rimasto in crisi da dopo la seconda guerra mondiale. La rinascita della nazione, in realtà non avvenne mai completamente. Non avvenne in questi termini, almeno per i cittadini italiani. Il "boom economico" di cui tanto si è parlato e si continua a parlare in certi ambiti, in realtà fondò l'origine dell'attuale crisi ormai palesata perché non è più necessario che la massa continui a pensare di galleggiare sempre e comunque "grazie" ai diktat di un Consumismo inoculato a colpi di bastone dentro l'animo di ogni cittadino.
 
Il boom in realtà fu uno scoppio si, ma non del tutto positivo per il nostro Paese e per gli anni che dovevano ancora giungere, fino all'attualità.
 
L'America liberatrice ci regalò, insieme alla "liberazione", la costrizione a volgere la nostra attenzione verso un qualcosa all'epoca ancora per noi sconosciuto: le regole di mercato e di conseguenza, l'aberrante Consumismo.
 
Fu in quel momento che, straziati dalla guerra, terrorizzati ed affamati da un percorso di sangue troppo pesante da poter essere dimenticato, l'Italia visse la piacevole sensazione di poter desiderare, volere, conquistare…in poche parole: acquistare.
 
E come si poteva comprare, se la nazione era fresca ancora di "Am Lire", le famose banconote coniate dai nostri salvatori statunitensi, la Allied Military Courrency. Il valore nominale di queste banconote era di un dollaro per ogni 100 Am lire e fece respirare un po' d'aria all'Italia povera ormai persino della speranza di esistere. Circolò fino al 3 Giugno del 1950 e la crisi economica era ancora maledettamente tangibile.
 
Non si poteva ancora immaginare che di li a pochissimi anni, la nazione avrebbe vissuto un decollo economico insperato.
 
Il boom economico, sostanzialmente collocabile come periodo storico fra la metà degli anni '50 e la fine degli anni '60, trasformò si l'Italia da una nazione prevalentemente fondata su una economia rurale ad una realtà industrializzata, ma a quale prezzo?
 
L'incremento del commercio internazionale, fu in quegli anni il miraggio di una economia in piena ripresa: mai infatti come in quel periodo i tassi di incremento del reddito hanno raggiunto vette simili. Ma il tutto, si basava da un lato dall'ammodernamento delle infrastrutture industriali che pose la base di lancio dell'economia nazionale e dall'altro da un cosiddetto benessere che scaturiva però dall'innovativa metodica del credito al consumo: in poche parole, si sosteneva a 360° lo spendere degli Italiani.
 
L'Italia conobbe così metodi di pagamento fino ad allora sconosciuti. Le cambiali, firmate a pile infinite, permisero l'acquisto di beni mobili ed immobili altrimenti nemmeno immaginabili. Si creò quel falso benessere fondato sulla carta straccia e non sul valore reale della cartamoneta.
 
Nel frattempo, la giovane Italia repubblicana, veniva gestita da una politica che, piuttosto che governare ed amministrare il Paese, peraltro poco avvezzo a trattare i grandi numeri economici, si preoccupava di deliberare normative al solo scopo di garantire a questo o quel partito, una maggiore continuità nazionale.
 
Obnubilati da una costante seppur effimera evoluzione economica, l'Italia "credette" d'essere uscita dall'impasse della povertà, e proseguì allegramente a coltivare la convinzione di poter fare ed ottenere qualsiasi cosa.
 
E' pur vero che in quegli anni, la disponibilità ad esempio di nuove fonti di energia – da ricordare la scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana -  fecero assurgere il nostro Paese fra i più quotati verso i mercati internazionali, ma si perse il senso dei meccanismi interni alla nostra nazione, rivolgendo sempre più l'attenzione verso orizzonti ontani alle necessità fondamentali dell'Italia.
 
Va ricordato peraltro, che questa incredibile crescita industriale, era dovuta anche al basso costo del lavoro, considerando che negli anni '50, freschi di guerra, il livello di disoccupazione aveva connotati esorbitanti e che ad una richiesta enorme di lavoro, corrispose un abbassamento dei livelli retributivi.
 
Bassi livelli retributivi da un lato, la pressione del Consumismo dall'altra: come poter resistere dopo aver vissuto la fame e le privazioni per così tanto tempo? Nulla di male, se nel frattempo appunto, avessimo avuto amministratori attenti della nostra nazione ed alle necessità, almeno basilari, dei cittadini.
 
Invece, la risalita fu ampiamente sfruttata a beneficio di pochi. Gli stessi che ancor oggi – o i loro attuali eredi - non risentono minimamente della crisi. Chi ha avuto la scaltrezza di porsi l'obiettivo di scavalcare la massa pur di ottenere potere, ha creato un ampio benessere a se stesso, a scapito della massa. Una politica dimentica della nazione e sempre più attenta a cautelare se stessa e ad aumentare vertiginosamente il livello di possibilità ed intoccabilità.
 
Oggi, non si fa che diatrabare di questo o quel polo politico. Un bailamme esasperante di parole e parole che servono mai a chiarire, semmai a confondere ancor di più le acque.
 
A botte di scarica barile, si vorrebbe far credere alla gente, che l'attuale criticità economica, sia da addossare a questo o quel Governo, mai che si rifletta su decine e decine di anni, ove la prerogativa di qualsiasi governo è stata quella di creare infrastrutture, ministeri, tasse e contro tasse al solo scopo di beneficiare di una buona parte delle sovvenzioni poste in essere per l'attuazione di questo o quel progetto.
 
Mentre l'italiano comune continuava a campare sulle ali di un sogno di benessere, dall'alto si operava per accaparrarsi il massimo consentito, di potere e di denaro, sino allo stato odierno di cose, in cui nessuno di noi riesce ad accettare ma nemmeno a comprendere  perché se c'è da tagliare fondi, ora si tagliano solo laddove manca qualsiasi cosa a sostegno di un barlume di dignità umana. 
 
Perché nessuno sia riuscito a fermare questo delirio di potere assoluto che ha creato povertà, disillusione, amarezza, sconforto. Perché non si è fatta resistenza contro un'oppressione tangibile ma volutamente occultata – incredibilmente – ad opera degli stessi cittadini italiani, che hanno preferito continuare a credere ad un qualcosa che non esiste più da tanto tempo e che si chiama, semplicemente, dignità.
 
Lo scempio dei nostri giorni, è un'opera maestrale di scaltrezza. Operata in anni ed anni. Ereditata di Governo in Governo. Empia di oceani di parole. Resistenza, da troppo tempo, per noi è sinonimo di pazienza assoluta. L'accezione del termine per cui il significato reale dovrebbe essere "porre un'azione difensiva" è scomparsa dalla nostra memoria, ed ha lasciato spazio solo ad un assoluto essere assoggettati ad un Sistema di cui non facciamo più parte.
 
Il dado della crisi che viviamo tutti, è stato tratto in un momento storico privo di dubbi sulla possibilità concreta di crescita del nostro Paese e di conseguenza dei cittadini. Ma non è stata lasciata possibilità di intravedere una realtà già aberrante allora, quando pensavamo di non esser più, povera gente.
 
Ora si grida allo scandalo, alla perversione, all'incapacità di chi fa politica. Ma non dimentichiamo, che chi fa politica, sa perfettamente come e perché fa determinate cose. Nulla è lasciato al caso.
 
Continueremo a seguire dibattiti. Proseguiremo ad ascoltare parole. Bestemmieremo ancora contro la perversione di chi, attualmente, di crisi ne parla ma non ne risente.

… continueremo a resistere, nel senso che la nostra pazienza ormai testata da decenni, ci farà proseguire ad accettare un'aberrazione annunciata, ma mai saputa leggere dai più.

Siamo chiamati tutti ad affrontare le difficoltà che continueranno ad affossare, nei prossimi mesi, quest'Italia a brandelli. Mai nessuno che metta mano alla propria ricchezza – guadagnata affamando un popolo – per porre qualche "pezza" a quanto volontariamente distrutto.
 
Si chiede ancora a chi ha perso tutto. Riprovevole ma reale.
 
E l'aberrazione questa volta, è totalmente da ricercare in questa incredibile capacità di accettazione della cittadinanza a limiti ormai oltrepassati da tempo.




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