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Giornalisti: lo smartworking per combattere il precariato

Giornalisti: lo smartworking per combattere il precariato
Autore: Romano Bartoloni - Redazione Economia
Data: 04/04/2020

Quando ci risveglieremo dall’incubo virale nulla sarà come prima anche per il giornalismo (lo sostiene Vittorio Roidi, presidente Fondazione Murialdi) che opera nelle trincee dell’epidemia a rischio della propria incolumità e a costi di sacrifici e di perdite di valorosi e senza la difesa di una profilassi di categoria invocata da Stampa romana.

Ma ancor prima degli sconvolgimenti di oggi, quasi tutto era già cambiato nel mondo dell’informazione rivoluzionato dall’era del digitale e terremotato nei rapporti di lavoro. Lo sanno sulla loro pelle i 2.500 colleghi che, in poche ore, hanno chiesto all’Inpgi 2 il pronto soccorso del bonus per gli autonomi, e che rappresentano una avanguardia delle decine di migliaia (33.652 quasi tutti pubblicisti) che anche loro potrebbero richiedere l’aiuto di 600 euro per sopravvivere.

Un mondo di cronici mal pagati e mal tutelati, da tempo pionieri di fatto dello Smart working, evoluzione del telelavoro, che, sotto la pressione dell’emergenza “tutti a casa”, si sta espandendo in forma esponenziale, creando una nuova dimensione operativa nelle imprese, nel pubblico e nel privato. Non solo l’intero universo dei precari, ma anche buona parte della rete dei corrispondenti, scomparse le redazioni periferiche, agiscono ormai da “remoto”, i più integrati dagli articoli 2 e 12 del contratto giornalistico.

Nella buona sostanza, realizzano le loro cronache e i loro notiziari con il modello dello Smart working che, per la prima volta e in circostanze eccezionali, coinvolge ora i professionisti delle redazioni costretti a lavorare a casa per non contagiarsi.

Ma le redazioni non vengono chiuse o smantellate, restano il motore della produzione al momento presidiate dai vertici operativi in attesa del ritorno alla normalità. Per Roidi lo Smart working potrebbe provocare il declino dell’informazione, spappolerebbe le redazioni, polverizzerebbe la professione. Allo stato dei fatti non è possibile che accada nonostante la minacciata raffica dei prepensionamenti. Colpire il consolidato sistema redazionale significherebbe stracciare definitamente il contratto di lavoro giornalistico già mortificato abbastanza. Il sindacato non lo permetterà mai e gli editori lo sanno bene.

Lo Smart working, se usato intelligentemente nel rispetto della “legge sul lavoro agile e flessibile”, potrebbe normare l’attuale telelavoro e diventare uno strumento efficace nel frenare e ridimensionare il fenomeno dilagante del precariato nel mondo dell’informazione.

Il freelance non solo non è mai in vacanza, ma è investito di maggiori responsabilità lavorando in autonomia lontano dalle stanze redazionali. Ha diritto a un più equo trattamento economico.

Come se non bastassero le ansie e le apprensioni delle popolazioni, la disinformazione generata da mestatori di zizzania e da truffatori in cerca di facile visibilità ha messo il carico da 11 nei social e nelle chat per provocare allarmismi, panico, ribellismo con una serie di bufale e di fakenews su fantomatiche terapie, cure miracolose, monete infette, screening a domicilio di imbroglioni, complotti di untori, armi batteriologiche.

Il Governo, il ministero della sanità, la Protezione civile si affannano a smentire, a mettere in guardia contro questa piaga terroristica. Addirittura a palazzo Chigi si intende costituire una task force contro le fakenews, rafforzando il ruolo della polizia postale per stroncare la catena di fonti tossiche che avvelenano i social. Anche le organizzazioni dei giornalisti si stanno attrezzando con Osservatori di denuncia e di controllo. L’informazione influenza la nostra vita e la nostra sicurezza, e non può e non deve essere manipolata a strumentali scopi di contropotere.

Non saranno le task force e gli osservatori a sostenere la guerra contro la micidiale opera di disinformazione, ma i cronisti, i freelance, quanti sfidano i pericoli del momento nello scendere in strada e nell’affrontare le fonti a quattro occhi e in presa diretta.

Il boom della disinformazione sulla nostra pelle in questa ora buia potrebbe aprire finalmente tanti occhi e far passare la sbornia della supremazia degli algoritmi sulla professionalità dei giornalisti,  recuperare il terreno di affidabilità e di indipendenza perduti sotto il dominio e l’invadente prepotenza della rete e del potere dei suoi mallevadori, riallacciare le file della cronaca con i fatti vagliati e valutati di prima mano, garantire dignità economica e tutele alle nuove leve di giornalisti che testimoniano sul campo il loro valore.

Si offre la rara occasione di riscattare l’informazione di qualità, e restituire autentiche certezze e fiducia all’opinione pubblica. Persino nel Palazzo, messo alle strette da una morsa senza precedenti di difficoltà di comunicare e di rendersi credibile, stanno riscoprendo, anche se a denti stretti, il giornalismo e la sua funzione di mediazione e di servizio di pubblica utilità che dovranno essere riconosciuti con atti tangibili con il ritorno alla normalità.

 




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