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Haiti: il dramma del “dopo”.

Haiti: il dramma del “dopo”.
Autore: Emilia Urso Anfuso
Data: 22/01/2010

 

 

Circa un milione di persone senza tetto. I morti? Si calcola che dovrebbero essere circa 75.000.
 

E centinaia i bambini a cui vengono amputati gli arti. Perché non a tutti è stato possibile dare soccorso immediato. E le ferite diventano cancrena. Come l'orrore di una sciagura che anche stavolta non ha dato preavviso: il sisma giunge all'improvviso. Distrugge tutto. Uccide. Ammala. Ruba quel poco di cose messe insieme in una vita. Strappa bambole di pezza a bambini che non diventeranno adulti.

 

Il terremoto di Haiti ha tante facce. Quelle della popolazione rimasta viva. Quella dei morti: accatastati uno sopra l'altro ai margini delle strade. Quella dei soccorritori, che a dieci giorni dal terremoto, vogliono continuare a scavare, con la speranza di trovare qualche sopravvissuto: è inaccettabile tutto questo odore di morte e terrore e disperazione. Persino a chi è avvezzo a correre per aiutare nei momenti di autentica necessità.

 

C'è anche la faccia delle nazioni che subito hanno iniziato a programmare i soccorsi. E c'è quella delle organizzazioni umanitarie: sempre allerta sì da far scattare in maniera immediata i soccorsi in caso di disgrazie.

 

La morte ed il dolore sono un mistero per ognuno di noi. E quando arrivano all'improvviso, il boato fragoroso che provocano nell'anima non ha pari. Ci si può abituare all'idea della morte e della malattia, se ci è dato il tempo necessario a sviluppare una forma di accettazione. Ma così no. Così è troppo. Così è spaventoso.

 

All'improvviso, in pochi secondi, ciò che era non è più. Il sorriso appena sentito, ammutolito in un rantolo di morte. Le facce che avevi davanti agli occhi, spazzate via senza alcuna possibilità di aggrapparvisi anche solo per un minuto ancora. Non si riesce a comprendere bene se è meglio per i morti o per coloro che rimangono in vita, la vita che verrà dopo. Nessuno potrà mai più dimenticare l'orrore. La pena. Il dolore. Il sangue. Le ferite in cancrena. La negazione del domani. I ricordi cui tutti si aggrapperanno ogni giorno per non veder scolorire facce e luoghi ed abitudini.

 

Come sempre accade in frangenti come questo, i primi tempi sono quelli delle necessità immediate. I soccorsi. Gli aiuti. Le risorse idriche ed alimentari. E' stato necessario aprire tre scali aerei oltre a quello esistente: tonnellate di generi alimentari sono rimasti ammassati nell'aeroporto di Port-au-Prince. Non si riesce a controllare e gestire gli afflussi e la distribuzione. La gente muore anche di fame, dopo la tragedia immane.

 

Sarà il dopo, il momento peggiore. Quando con il passare del tempo i morti saranno stati seppelliti. Le strade saranno un ammasso di macerie. I nuclei familiari verranno ricomposti. E ci si accorgerà davvero di chi non c'è più. Di quanto si sia perso. Di come tutto sia accaduto in un attimo. Di come nessuno poteva farci nulla. Ecco: questa è la cosa peggiore che si possa vivere. L'assoluta consapevolezza che nessuno avrebbe potuto far qualcosa per non far accadere una cosa tanto grave. Questo sarà il momento terribile. La vera tragedia. A cui nessuno pensa mai, perché si crede che il "lavoro" reale in questi casi, siano i soccorsi tempestivi e quindi, l'immediato.

 

Ma ciò che resta "dopo" è il vero dramma: la consapevolezza di ciò che è accaduto. Ed il doversi risvegliare una mattina rendendosi conto che la vita non sarà mai più la stessa. Non si sentiranno più le voci e non si vedranno più i visi, spazzati via da un colpo di terremoto brutale che con il tremito della terra avverte ogni essere umano, quanto sia poca cosa una cosa immensa come la Vita.

 

 

 




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Data:10/08/2013
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