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'Call me Kuchu' alla Casa del Cinema, la lotta continua

'Call me Kuchu' alla Casa del Cinema, la lotta continua
Autore: Nostro inviato Gabriele.Santoro
Data: 07/02/2014

Gli ideali di un movimento che combatte per i propri diritti non muoiono con la dipartita del leader, la lotta continua, “a luta continua”, come recita il motto della comunità Lgbt dell’Uganda dopo il brutale assassinio del quarantaseienne David Kato, non dimostrato ufficialmente ma collegato all’attivismo a favore degli omosessuali in uno dei sempre troppi paesi dell’Africa e del mondo in cui non è possibile farlo – ed ovviamente esserlo.

Kato era anche protagonista del documentario “Call me kuchu” - il termine che indica gli omosessuali ugandesi – girato dalla statunitense Katherine Fairfax Wright e la britannica Malika Zouhali-Worrall. La sua scomparsa ha in qualche modo sconvolto il proseguimento del film: “abbiamo continuato lo svolgimento perché lo dovevamo a Kato”, spiega la Fairfax Wright in collegamento al termine della proiezione del 6 febbraio presso la Casa del Cinema, avvenuta nell’ambito del premio Doc.International, competizione per i lavori stranieri del Mese del documentario. È stato strano completarlo senza di lui “ma serviva una storia completa e significativa, con la responsabilità di raccontarla bene in modo che anche Kato ne sarebbe stato soddisfatto”, continua la Fairfax Wright.

L’idea di produrre il documentario era venuta alle due registe, che già avevano lavorato in Africa, dopo aver sentito della legge proposta nel 2010 dal parlamentare ugandese Bahati che prevedeva l’ergastolo per gli omosessuali e reclusione fino a tre anni per chi non li avesse denunciati entro 24 ore dall’averlo scoperto, non importa se genitori, medici curanti, amici da una vita del soggetto in questione. Approvata dopo tre anni di stallo, la normativa non è stata firmata dal presidente Yoweri Museveni ma la notizia non deve ingannare. Non è per garantire basilari diritti umani, è solo il risultato della pressione internazionale, Stati Uniti su tutti, che ha minacciato di tagliare investimenti verso un paese che di capitali internazionali ha disperato bisogno. Insomma il rischio liberticida è sempre dietro l’angolo.

Ma la traccia americana e occidentale non si è limitata alle condivisibili condanne istituzionali espresse nelle sedi appropriate. Nel quotidiano civile, non governativo, ha dato un contributo al clima di caccia alle streghe con l’azione continuata di predicatori evangelisti che – per carità – non hanno istigato direttamente alla violenza, ma hanno fomentato l’odio verso l’omosessualità in una cultura che facilmente ha travisato ancora di più un messaggio assurdo.

Secondo sondaggi il 95% della popolazione ritiene “anti-africano” il non perpetuare la specie e se gli uomini rischiano la vita, le donne possono andare incontro a stupri che non si sa per quale aberrazione mentale dovrebbero essere “correttivi”. “L’omofobia è stata portata dai colonizzatori, ma poi in Gran Bretagna queste leggi sono state abolite”, riassume perfettamente la situazione una delle persone intervistate nel documentario.

Chiesa evangelista americana, chiesa ugandese, il terreno trovato è stato molto fertile. Addirittura al funerale di Kato il pastore della comunità dove la vittima è cresciuta ha avuto il coraggio di iniziare un sermone che anziché commemorare il defunto accusava gli altri presenti di empietà invitandoli a pentirsi finché ancora in tempo. Per fortuna le eccezioni per quanto rare ci sono, come Bishop Senyonjo, cui è stato affidato l’elogio funebre in forma più privata: “in Dio siamo una cosa sola, uomini e donne, etero ed omosessuali, è la prova dell’amore divino per l’uomo in quanto tale”.

Il caso Rolling Stone Ulteriore benzina sul fuoco era arrivata dal giornale scandalistico Rolling Stone, niente a che vedere con la rivista musicale, che pubblicava foto di sospettati od omosessuali colti sul fatto, quasi come fosse una missione socialmente rilevante per avvisare i cittadini dai pericoli di “adescatori dei più giovani”, di famigerati “iniziatori a pratiche sodomite”. La causa intentata da Kato ed il suo gruppo attivista riguardava la divulgazione di sue istantanee con didascalie che lo bollavano come gay e quindi meritevole di morte per impiccagione. Superfluo aggiungere che, beh, proprio di etica giornalistica non si poteva parlare e che in tribunale Kato e gli altri hanno vinto ottenendo un risarcimento di qualche centinaio di dollari. Non molto, ma meglio di nulla, se non altro come precedente.

Il documentario è stato distribuito in buona parte del pianeta, ha partecipato a centinaia di festival arrivando anche in paesi africani come Nigeria, Etiopia, Kenya, Sudafrica, in cui la situazione non si distacca troppo da quella dell’Uganda. Dove pure è stato mandato in onda, non in tv come facilmente prevedibile, rimanendo più di nicchia nella comunità Lgbt, che ha risposto con emozioni contrastanti: “è piaciuto molto” chiude la Fairfax Wright, “ma al tempo stesso ha fatto rivivere parti della vita non facili, i conflitti con parenti ed amici. L’effetto finale è stato però di trasferire la questione personale in un contesto più ampio, globale, di sostegno ai propri diritti”.




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