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La scorta al giornalista risveglia gli animi

La scorta al giornalista risveglia gli animi
Autore: Teresa Corrado - Vice Direttore
Data: 19/07/2014

Mentre la sfera politica litiga sull’immunità ai politici, sulla legge elettorale e sui tanti benefici che i nostri deputati e senatori si contendono, c’è chi, invece, deve continuare a lottare da solo, con i propri mezzi e con l’aiuto delle forze dell’ordine, contro le cosche, le mafie, che, invece, in questo momento di dissenso, di ambigua popolarità, "sguazzano" indisturbate.

Un esempio ce lo ha dato la cronaca dei giorni scorsi, quando, ad Oppido Mamertina, durante la processione della Madonna delle Grazie, la stessa aveva fatto l’inchino al boss del paese. Gesto che aveva fatto infuriare il maresciallo dei carabinieri, il quale non ci aveva pensato su due volte e aveva abbandonato la processione. Adesso sono in corso accertamenti da parte della procura di Reggio Calabria, come da parte del Vescovo, per trovare i “colpevoli” di quel gesto insulso e offensivo contro lo Stato e la legalità.

Ma i gesti come questo, non sono sporadici avvenimenti, ma “onori” attribuiti ai boss, che, naturalmente, pretendono questi saluti per mostrare a tutti i cittadini, che in fondo, a comandare non è lo Stato, non sono le forze di polizia, ma sono, invece, sempre e solo loro. Gesti di potere che vengono effettuati in molti modi, con sottile ingegno da parte delle cosche e, naturalmente, grazie alla collaborazione di chi siede in posti pubblici statali e religiosi.

Michele Albanese, è un giornalista che lavora al Quotidiano del Sud, collabora con l’Ansa, ma è soprattutto l’autore che ha scoperto l’”acqua calda”.

Perché? Semplice, perché di questi gesti, di queste manovre, ne sono a conoscenza tutti. Gli abitanti del paese, i boss, le forze dell’ordine, le gerarchie politiche e religiose. Il motivo è semplice, avvengono da anni e sotto gli occhi di tutti. È una consuetudine così normale che lo stesso maresciallo dei carabinieri Andrea Marino, aveva avuto sentore di qualcosa e aveva diffidato il parroco e chi si occupava della processione, prima dell’inizio della stessa, di onorare il boss Mazzagatti. Ma nemmeno le sue parole sono servite. Il gesto, come ogni anno, si è ripetuto, facendo inalberare il maresciallo che, questa volta, non ha solo scritto un verbale, ma ha abbandonato la manifestazione religiosa insieme ai suoi sottoposti.

Certo, il gesto di Marino, non il primo, visto che era accaduto anche a un sindaco di assistere e abbandonare per questo un’altra processione, ha fatto scalpore. È stato ripreso dalle cronache cittadine, da Michele Albanese, che da anni scrive senza paura sulla ‘ndrangheta e sulle responsabilità di chi, risiedendo su poltrone strategiche, vedi quelle di sindaco, di assessore, di sacerdote, di dirigente di azienda pubblica o privata, continuano a collaborare con i boss, accettando in silenzio o appoggiando chi si ritrova a combattere contro lo Stato e la legalità.

In questo modo ci ritroviamo a dover inserire una nuova notizia di cronaca, che riguarda un altro giornalista. Sì, perché da ieri, Michele Albanese, dopo continue minacce, seguite allo scalpore che ha suscitato il suo articolo sui media nazionali, è sotto scorta.

A dargli la scorta, il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Reggio Calabria, che insieme alla scorata ha affidato al giornalista anche un’auto blindata, prevedendo un attentato nei confronti del giornalista. L’uomo, ha deciso di continuare il suo lavoro lì, nella terra in cui lo fa da anni, senza paura, come ha fatto fino ad ora. Certamente il gesto del giornalista onora la categoria e si avvicina a quelli di tanti altri giornalisti che in Campania, Sicilia, Sardegna, continuano a scrivere e indagare, nonostante le minacce. Anche loro sottoposti, spesso a regime di scorta. Ora, dalla piana di Gioia Tauro, si affianca a loro anche il nome di Michele Albanese, che riceve l’appoggio, la stima, la vicinanza  e solidarietà non solo dal proprio giornale, e quindi dal suo direttore, ma anche dagli alti esponenti di tutta la categoria.

Più della solidarietà, della vicinanza dell’ordine dei giornalisti, forse si vorrebbe la sicurezza della propria persone e del territorio, perché non ci siano persone costrette a fare il proprio lavoro in auto blindate o perché chi le costringe ad una scorta, sia condannato e paghi la sua pena, invece di continuare a mietere vittime della paura




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