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L'Iraq sul baratro della guerra civile

L'Iraq sul baratro della guerra civile
Autore: Teresa Corrado - Redazione Esteri
Data: 11/08/2014 14:28:11

Nulla cambia a Bagdad, dove le forze politiche si schierano in quella che sembrerebbe l’inizio di una nuova guerra civile, peraltro annunciata e prevista con sgomento, dopo il ritiro delle forze alleate dal suolo iracheno. Un timore che si è trasformato in realtà proprio prima del ritiro totale delle truppe straniere dall’Iraq.

Da una parte il premier sciita ad interim Nouri al-Maliki che rivendica il suo terzo mandato come capo del governo, dall’altra parte, invece, la sua stessa maggioranza che lo scarica e indica come successore Haider al-Abadi, neo vicepresidente del Consiglio dei Rappresentanti, il Parlamento che è stato eletto alle ultime legislative avvenute il 30 aprile scorso.

Al-Maliki schiera le sue truppe fedeli e fa scattare la paura di un nuovo colpo di stato, portando il paese in una nuova guerra civile. Le sue truppe hanno assediato e circondato la zona verde di Bagdad, sede dei palazzi governativi e di molte ambasciate. Una misura insolita, come a prevedere una situazione di emergenza.

Se in un primo momento Al-Maliki aveva avuto l’appoggio anche dell’Alta Corte, questa ha subito chiarito che a dover scegliere il nuovo premier è la politica e non la magistratura. L’uomo ha chiesto più volte la conferma del suo terzo mandato, ma questo si è rivolto contro a causa della politica dell’uomo, che ha visto rafforzare politicamente e militarmente l’Is che adesso da battaglia al nord del paese, abbandonato anche da Stati Uniti e l’Onu.

Eppure l’Iraq è già in  guerra con i jihaidisti dello Stato Islamico, che nel nord del paese stanno conquistando le città combattendo con ferocia contro i civili perseguitati, quali curdi, e minoranze che abitano quei luoghi. Un ponte aereo umanitario è stato attivato dagli Stati Uniti che hanno inviato da Washington aerei carichi di viveri e generi di prima necessità, che hanno scaricato il tutto sui monti Sinjar, dove questi si sono rifugiati. Dal governo iracheno arrivano anche richieste di aiuto perché, secondo fonti delle stesse forze governative, nella zona, senza acqua e cibo, ogni giorno muoiono circo cinquanta bambini.

La politica irachena versa adesso nel caos più totale, con le forze alleate, l’Onu e altre organizzazioni che provano a far sentire la propria voce, ma nessuna delle truppe che hanno lasciato Bagdad è intenzionata a tornare sul suolo iracheno. Barack Obama è stato chiarissimo nell’assicurare che nessuna delle truppe americane tornerà in Iraq. Dal canto suo l’Onu ha chiesto di non interferire con il cambiamento politico del paese, lasciando agli iracheni il compito di gestire la situazione.

A condannare le manovre degli jihadisti anche la Lega Araba, che condanna le azioni di violenza dello Stato islamico, condannate come “crimini contro l’umanità”, particolarmente feroci contro i cristiani a Mosul e gli Yazidi al nord. Si parla di fosse comuni dove donne e bambini sono stati sepolti vivi, o delle macabre amputazioni di parti del corpo. Nonostante i raid delle forze americane, però, gli jihadisti continuano ad avanzare e a sconfiggere sul campo le forse dei curdi, i soli rimasti a combatterli.

L’Italia ha chiarito, tramite il ministro degli Esteri Federica Mogherini, che non interverrà militarmente, ma solo in sostegno del popolo curdo, in concomitanza con il ministro della difesa Roberta Pinotti, affermando che entrambe sono pronte a chiarire in Parlamento e a lavorare con il Parlamento stesso, per prendere decisioni che riguardano la crisi irachena. Esperti italiani sono già al lavoro per verificare a livello tecnico, il modo migliore per agire.

Anche papa Francesco ha deciso di inviare in Iraq un suo emissario, mentre cerca, ancora una volta, di evitare una nuova guerra e le continue stragi che stanno insanguinando il Medio Oriente.




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