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Libia: dubbi sulla vicenda dei tecnici della Bonatti. Tra verita' e punti oscuri

Libia: dubbi sulla vicenda dei tecnici della Bonatti. Tra verita' e punti oscuri
Autore: Il Direttore - Emilia Urso Anfuso
Data: 08/03/2016 12:19:22

 

Certe storie, per come ci vengono raccontate, non appaiono esattamente chiare. A volte è solo una sensazione, altre volte metti insieme un po’ di elementi, e ti rendo conto che il racconto scricchiola, fa acqua, non regge, non ti convince.

Capita quando accade un evento di particolare impatto mediatico, e non ti fermi a ciò che senti e leggi sui giornali. Perché no, dobbiamo esserne consci: non tutto ciò che viene diffuso a mezzo stampa o televisione, rappresenta la realtà. In special modo quando c’è di mezzo il segreto di Stato, accordi diplomatici, fazioni in guerra.

E quando ci sono morti di connazionali in terra straniera. Morti che non ci vengono spiegate, anche se il dubbio che chi sappia non parli, non può non passarti per la testa.

Recentemente, siamo stati spettatori di due fatti di cronaca sconvolgenti. Il ritrovamento – in Egitto – del corpo senza vita ed evidentemente martoriato di Giulio Regeni, ricercatore italiano morto in circostanze misteriose.

L’altro fatto di cronaca, più recente, è quello che vede tristemente protagonisti quattro tecnici della Bonatti. Lavoravano in Libia, e sono stati rapiti lo scorso 20 Luglio.

Sul caso Regeni, personalmente credo che chi lo ha torturato fino alla morte, avesse un solo obiettivo: far pensare che a compiere il delitto sia stato il governo egiziano. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione di aver lasciato il corpo in maniera che venisse ritrovato, con i segni – evidenti – di torture che sono assimilabili a quelle utilizzate dai servizi segreti. Lavoretti fatti con particolare cura, come si conviene a esperti del mestiere.

Sul caso dei tecnici della Bonatti invece, i dubbi sono tanti e di ben altra natura.

Andiamo per gradi. Per circa sette mesi, non abbiamo saputo nulla dei quattro tecnici. Ciò non significa che nessuno sapesse nulla della loro sorte. La nostra intelligence, il governo, erano ovviamente a conoscenza di come si stesse dipanando la questione, e se dubitate di questo, significa che non avete idea di a cosa serva avere un sistema di intelligence.

Per mesi, questi quattro uomini sono stati trattenuti dai loro rapitori. Nel frattempo, i dirigenti della Bonatti avevano contatti costanti con la Farnersina, e – solo recentemente – si è saputo che l’azienda fece entrare in Libia i suoi tecnici in un periodo in cui già vigeva il divieto di far entrare in Libia personale italiano delle varie industrie. Ma si parla di miliardi, e la sicurezza di fronte al denaro, passa in secondo piano.

A parte questo, un altro elemento concreto su cui riflettere, e che dà il metro di come – dietro certi fatti – si nascondono realtà che non vengono certo raccontati dagli organi di stampa nazionale:  i quattro  lavoratori della Bonatti furono mandati in Libia per dare il cambio a Dennis Morson, manager della logistica per la Bonatti.

Il 19 Luglio i quattro tecnici, provenienti dalla Tunisia dopo un periodo di vacanza passato in famiglia, vengono trasferiti in Libia via terra e non via mare, come accade più comunemente. Perché la decisione del trasferimento via terra? Vengono rapiti e subito, si dice che il rapimento sia stato realizzato da un gruppo di combattenti dell’Isis.

A questo punto, Dennis Morson resta in Libia invece di tornare in Italia “per seguire, con la sua società, la vicenda legata al rapimento e a tutti i contatti intercorsi tra Tripoli e il governo italiani” come ha dichiarato durante un’intervista telefonica rilasciata Il Gazzettino e che potete leggere a questo link.

Resta In Libia durante i lunghi mesi di prigionia dei colleghi. Diviene il punto di riferimento per la Bonatti, forse anche per il governo italiano, in questa vicenda sempre più fumiginosa.

i mesi passano e non si parla più dei tecnici della Bonatti rapiti in Libia. Fino a quando, lo scorso 3 Marzo, arriva la notizia – dalla Farnesina – che due dei tecnici sono stati uccisi durante uno scontro a fuoco a Sabrata. Si parla solo dell’eventuale uccisione dei tecnici Fausto Piano e Salvatore Failla, nessuna notizia sugli altri due colleghi.

Fin da subito, il comportamento da parte della Farnesina, è stato poco chiaro. Le notizie diffuse si basano su scatti fotografici, nemmeno troppo chiari. I due morti sono davvero i due tecnici della Bonatti? Sembrerebbe. Ma il condizionale è d’obbligo.

A questo punto però, non si può non soffermarsi su altre riflessioni: da chi sono stati uccisi e perché? Dove sono gli altri due tecnici rapiti in Libia? Come mai due vengono uccisi e degli altri due non si sa nulla?

Le risposte arrivano col passare delle ore, ma non dipanano la matassa. I due operai della Bonatti, sarebbero stai usati come scudi umani durante un conflitto a fuoco fra le milizie libiche e i ribelli dell’Isis. Altre fonti ufficiali, come a esempio le dichiarazioni rilasciate da Esam Krair, capo del "Sabratha Media Center" che ha diffuso un video, che sostiene che le brigate locali che combattono l'Isis avrebbero attaccato due pick-up a circa 35 km a sud di Sabrata, uccidendo i nove uomini a bordo. I corpi dei due italiani sono stati trovati successivamente  e – secondo quanto riportato da Krair - avevano delle armi in mano. Il giallo continua.

E gli altri due tecnici? Nessuna dichiarazione ufficiale che chiarisca oltre gli avvenimenti.

Ma ecco che, con un tempismo a dir poco eccezionale, il giorno dopo le dichiarazioni dell’uccisione dei due italiani rapiti, giunge una notizia che appare confortante indubbiamente, ma che aggiunge confusione ai dubbi: gli altri due tecnici della Bonatti sono stati liberati. Sospiro di sollievo, commozione generale e lacrime. Si, ma chi li ha liberati? E come mai a poche ore dalle dichiarazioni della Farnesina sul probabile omicidio degli altri due?

Si farfuglia di riscatti pagati - ma non del tutto - di azioni non meglio chiarite, per giungere – cosa assolutamente inverosimile – alle spiegazioni ufficiali sulla liberazione : i due sarebbero riusciti a liberarsi e scappare. Come se stessimo parlando di due amici in villeggiatura in un’amena località turistica. Come se scappare dalla prigionia, in un paese come la Libia, fosse la cosa più facile al mondo.

Il capo del Consiglio municipale di Sabrata, Hussein al-Zawadi, ha dichiarato: “i due sono riusciti a sfondare da soli la porta principale della casa in un cui erano tenuti prigionieri nella parte nord-ovest della città libica, liberandosi così dalla prigionia di un gruppo affiliato a Daesh

Ammettendo per vera questa storia, dove si sarebbero diretti subito dopo la fuga i due tecnici della Bonatti? A chi si sono rivolti? Come hanno fatto a scappare e a mettersi in salvo? Mistero.

I tecnici Fausto Piano e Salvatore Failla tornano quindi  in Italia, non prima però di aver dovuto attendere ore ed ore in balia delle richieste bizzarre delle forze dell’ordine libiche, che vogliono a tutti i costi fornire dichiarazioni sull’azione condotta per liberare i due italiani. Un teatro senza fine, probabilmente per coprire qualcosa che non sappiamo, come ad esempio probabili scambi diplomatici, che avrebbero un senso considerando il luogo, gli elementi coinvolti, il periodo storico e gli interscambi economici tra la Libia e l’Italia.

I corpi dei due italiani uccisi al momento restano in Libia, per l’autopsia. Dicono. Ma non dovrebbe essere il governo italiano a espletare le procedure di verifica delle motivazioni della morte?

E se invece tutto quello che ci hanno raccontato non corrispondesse al vero? Poniamo il caso che l’uccisione dei due tecnici italiani sia avvenuta in realtà mesi fa. Oppure, opzione terribile, se fossero stati scambiati con le milizie libiche o con l’Isis in cambio di qualcosa? E se invece, durante un’azione militare per liberare tutti e quattro gli uomini della Bonatti, si fosse perso il controllo della situazione e ucciso – involontariamente – i due poveri tecnici? E se invece, a monte di questa vicenda, vi sia solo una ragione economica, che lega l’Italia agli scambi con nazioni come la Libia, per cui si chiude un occhio anche di fronte ai limiti imposti a cautela di cittadini che, per lavoro, sono costretti a recarsi in territori di guerra?

Questa storia resterà oscura sotto molti punti, e zeppa di "se", ma gli elementi che mettono fortemente in dubbio come è stata raccontata, permangono. Restano la disperazione delle famiglie rimaste orfane di due padri e mariti e le condizioni umane di due uomini, i due tecnici ormai liberi, che non torneranno mai più ad essere simili a prima. Prima che accadesse tutto questo.

©Tutti i diritti riservati. La diffusione è concessa esclusivamente indicando chiaramente il nome dell'autore e il link che riporta a questa pagina

 


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