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UE-Turchia: l 'accordo della vergogna

UE-Turchia: l 'accordo della vergogna
Autore: Redazione Esteri - MsF
Data: 20/03/2016

UE-Turchia: l’accordo della vergogna.

Dichiarazione di Loris De Filippi, presidente di MSF Italia

L'accordo con la Turchia dimostra ancora una volta come i leader europei abbiano perso completamente il contatto con la realtà. Il cinismo di questo accordo è evidente: per ogni siriano che dopo aver rischiato la vita in mare sarà respinto in Grecia, un altro siriano avrà la possibilità di raggiungere l'Europa dalla Turchia. L’applicazione di questo principio di porte girevoli riduce le persone a semplici numeri, negando loro un trattamento umano e il diritto di cercare protezione in Europa.

L'accordo UE-Turchia è la perfetta illustrazione di questo approccio pericoloso. Lo schema di ammissione volontaria proposto per i siriani in Turchia non è basato sui bisogni di assistenza e protezione di chi fugge dalla guerra, ma sulla capacità della Turchia di frenare le partenze verso l’Europa. Inoltre a prescindere dalla legalità di questo accordo, è lecito domandarsi se la scelta di respingere persone verso il paese che già ospita il maggior numero di rifugiati al mondo rappresenti davvero una strategia responsabile.

Di fronte alle ragioni di vita e morte di chi cerca protezione in Europa è vergognoso che il solo passaggio sicuro offerto dai leader europei sia condizionato al numero di persone che saranno respinte.

Allo stesso modo, anche l’assistenza umanitaria che l’Europa offre alla Turchia è null’altro che uno strumento per ottenere un “contenimento” del numero di rifugiati e migranti dalle proprie coste. Questo è del tutto inaccettabile. L’assistenza umanitaria dovrebbe essere basata sui bisogni delle persone, non sulle agende politiche dei governi.

Sarebbe davvero tempo che i governi europei iniziassero ad affrontare la realtà e, attraverso l’apertura di vie legali e sicure, offrissero una risposta responsabile, unitaria, umana e dignitosa all’inarrestabile richiesta di protezione e assistenza da parte di persone che fuggono da situazioni disperate.

TESTIMONIANZA DI DANIELA OBERTI, INFERMIERA MSF AL CAMPO DI IDOMENI

La situazione è sempre più drammatica al campo di Idomeni. Più di 12 mila persone, di cui 50% donne e minorenni. Altre 23 mila circa sono in altri campi, città o isole della Grecia, tutti in attesa delle decisioni prese da Europa e Turchia dalle quali dipende il loro futuro.

Dopo ormai dieci giorni di pioggia, freddo e fango, oggi è finalmente tornato il sole. Non l’ho mai desiderato tanto.
Ci sono persone ferme al campo da 15, 20 giorni, forse più. Le loro condizioni di salute stanno peggiorando. Chi è sano si ammala per il freddo: tosse, bronchiti, mal di gola, ma anche vomito, diarrea. Chi era già malato, per una patologia cronica, o chi è più debole, come neonati, anziani, disabili, donne incinte, rischia ancora di più.

L’ambulatorio è sempre pieno, lavoriamo no-stop, con turni giorno e notte, 2.000 consultazioni a settimana. Il personale aumenta, ma non basta mai, perché nell’ultima settimana i casi gravi, le emergenze da mandare in ospedale aumentano: bambini con convulsioni per la febbre alta, attacchi d’asma, infarti, attacchi di panico.

Idomeni è una gabbia a cielo aperto, poco spazio, tanta gente, troppa. Ognuno reagisce a modo suo allo stress di questa stretta convivenza, che va a sommarsi al passato violento e all’incertezza del futuro. C’è chi si arrabbia, chi piange, chi si dispera, chi si rifiuta di parlare e mangiare…Io sarei già impazzita…

C’è anche chi cerca una quotidianità normale: fare legna per il fuoco, giocare a pallone, radersi la barba, fare il bucato, vendere Marlboro o pentole.
Un papà ha portato la sua bimba, di nome Syria in ambulatorio. Lei bionda e occhi azzurri era impaurita dai miei guanti. Aveva un’eruzione cutanea. Gli ho chiesto da dove venivano, il papà mi ha risposto ‘Alèp’ e mi ha mostrato le braccia piene di cicatrici rosse delle bombe lanciate sulle loro case dai raid russi un mese fa. Ha concluso dicendo ‘Grazie a Dio siamo vivi: io, mia moglie e i miei quattro figli’.

E’ quasi sera ci portano un uomo sui 30 anni, incosciente, delira, serra la bocca e strizza gli occhi. Emette solo versi. Lo copriamo con la coperta termica e poi quella di lana. Lo visitiamo attentamente ma tutto è nella norma. I due amici che sono con lui dicono che da due settimane, è nella tenda senza parlare e mangia poco. E’ da solo solo lui con un bimbo di 3 anni, la moglie è morta in Siria. Cerchiamo di calmarlo e interviene la psicologa quando finalmente apre gli occhi, accetta di stare sul lettino della sala di osservazione e riposare.

Tante storie, ci sarebbe da scrivere un libro intero. Queste persone potevamo essere noi: incontro anche infermieri, medici siriani che parlano bene l’inglese, mi dicono chiaramente il loro problema di salute, il farmaco di cui necessitano. E’ come parlare con dei colleghi dell’ospedale di Bergamo, li sento molto vicini per gli studi fatti e lavoro svolto. Spesso mi chiedono se possono rendersi utili per aiutare come volontari nell’ambulatorio….

In questa festa del papà penso ai due papà siriani incontrati, ma anche a tutti gli altri che si sentono la responsabilità di offrire un luogo sicuro e un futuro dignitoso alla loro famiglia: a quei papà che a volte piangono in ambulatorio, che sono preoccupati per la febbre del loro bambino, che cercano un posto nella tenda riscaldata, che fanno la lunga fila sotto la pioggia per prendere il cibo e poi la fila per le coperte…

Sono persone forti, penso. A volte mi chiedo come abbiano fatto a sopravvivere nel loro Paese e al viaggio, soprattutto quando vedo anziani, persone in carrozzella senza arti. Non hanno forse già sofferto a sufficienza? Dovremmo accoglierli dignitosamente, invece i muri e i fili spinati crescono ogni giorno aggiungendo nuova sofferenza alla sofferenza passata.

Tutti necessiterebbero di un supporto psicologico. Sono uomini e donne come noi. L’unica differenza tra me e loro è che io ho la fortuna di essere nata e vivere in un Paese in pace.

C’è chi racconta di una Siria bellissima prima della guerra. Vorrebbero tornarci, ma anche laddove non ci sono bombe, mancano ospedali, fornitura di cibo, di beni di prima necessità, scuole, rete idrica, fognaria. Un Paese tutto da ricostruire. E poi c’è chi viene dall’Iraq: insicurezza e attentati continui, la paura dell’ISIS. E chi viene dall’Afghanistan? E la Somalia? L’Etiopia? La Libia? L’elenco purtroppo è lungo…

Ogni giorno auto di greci e volontari da ogni dove arrivano con vestiti, pannolini, pane, giocattoli…credo che questa sia la vera Europa: persone che capiscono la sofferenza altrui e cercano di mettere una toppa laddove qualcuno ha dato uno strappo. Voglio credere nella forza dell’uomo, capace di ‘compatire’ l’altro, di andare oltre le decisioni politiche e del filo spinato.

Spero che se ne continui a parlare, che il sipario non cali, che i riflettori restino accesi, affinché non diventi una delle tanti crisi dimenticate del mondo attuale.

 




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