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Dadaab, Kenya: MSF, ritorno rifugiati in Somalia inumano e irresponsabile

Dadaab, Kenya: MSF, ritorno rifugiati in Somalia inumano e irresponsabile
Autore: Redazione Esteri
Data: 14/10/2016 10:41:45

In un rapporto pubblicato oggi da MSF, intitolato “Dadaab to Somalia: Pushed Back Into Peril” e basato su testimonianze e interviste raccolte tra luglio e agosto su un totale di 5470 persone, più di otto rifugiati su dieci intervistati dichiarano di non voler ritornare nel Paese, principalmente per la paura di arruolamenti forzati nei gruppi armati, della violenza sessuale e della mancanza di servizi sanitari di base.

Nel rapporto, MSF pone inoltre l’accento sulle gravi conseguenze sanitarie che avrebbe un ritorno così massiccio. “È evidente che i campi rifugiati non sono la soluzione migliore per gestire una crisi che si protrae da 25 anni, ma la loro chiusura adesso, senza offrire altre soluzioni durevoli, spinge i rifugiati in una zona di conflitto dove le cure mediche sono gravemente assenti”, dichiara Bruno Jochum, direttore generale di MSF. “Questa decisione è l’ennesimo insuccesso per la protezione dei rifugiati a livello globale e ancora una volta assistiamo a un totale fallimento nel fornire accoglienza alle persone in pericolo. Anche le Nazioni Unite hanno recentemente dichiarato che 5 milioni di persone sono a rischio carestia all’interno del territorio somalo. Rimandare indietro ancora più persone verso la sofferenza è sia inumano sia irresponsabile.”

Somalia: gravi lacune nell’assistenza medica

In uno dei cinque campi che compongono Dadaad, chiamato Dagahaley, le équipe mediche di MSF hanno visto bambini arrivare dalla Somalia senza che fossero stati vaccinati contro una serie di malattie prevenibili, chiaro segno di un sistema sanitario piagato da più di 20 anni di guerra dove anche le cure di base non sono garantite. Le donne incinte riceveranno cure minime, mettendo a rischio la propria vita e quella dei nascituri. Persone con condizioni mediche croniche sono anch’esse a rischio – siano diabetici che hanno bisogno di insulina o persone affette da ipertensione che hanno bisogno di cure continue. Infine sono a rischio anche i pazienti in cura per disturbi psicologici. Nel campo di Dagahaley, il 70% dei pazienti seguiti dall’équipe di salute mentale di MSF sono sotto trattamento. “Se un paziente con psicosi è obbligato a interrompere le cure, le sue funzioni cognitive e il suo comportamento regrediranno. L’essere bloccati in un paese dove i servizi di salute mentale, di fatto, non esistono metterebbe le loro vite in serio pericolo”, afferma Liesbeth Aelbrecht, capo missione di MSF in Kenya.

Un appello per il Kenya, l’UNHCR e i paesi donatori: servono con urgenza alternative

L’86% dei rifugiati intervistati a Dagahaley non vuole tornare in Somalia. Praticamente tutti, sia uomini che donne, sono spaventati dalla mancanza di sicurezza legata, soprattutto, all’elevato rischio  di violenze sessuali. MSF mette quindi in discussione la natura “volontaria” dei rimpatri che l’UNHCR sta cercando di facilitare. “Le paure di cui ci parlano i rifugiati sono reali”, afferma Aelbrecht. “Una condizione cruciale è che i rimpatri siano volontari, e che i rifugiati abbiano tutte le informazioni necessarie circa i servizi e le condizioni che troveranno in Somalia.”

MSF ribadisce che aprire campi come quello di Dadaab lungo il confine è solo un modo per scaricare la responsabilità e rinunciare alla protezione dei rifugiati. Alternative più durevoli, come l’allestimento di campi più piccoli in Kenya, l’aumento dei reinsediamenti in paesi terzi, o l’integrazione dei rifugiati nelle comunità keniote, dovrebbero essere prese in considerazione urgentemente. MSF chiede alla comunità internazionale di condividere la responsabilità con il governo del Kenya. “È inaccettabile che senza aver prospettato altre soluzioni alternative, migliaia di rifugiati siano respinti verso conflitti e crisi gravi, ovvero le stesse condizioni da cui erano fuggiti”, conclude Aelbrecht.”Il Kenya non dovrebbe farsi carico di questo peso da solo. I finanziamenti da parte dei paesi donatori devono essere indirizzati per garantire un’assistenza duratura nel paese di accoglienza, non per supportare ciò che è essenzialmente un rimpatrio forzato in una zona di guerra”.




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