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Berlino, la puttana in rovina

Berlino, la puttana in rovina
Autore: Daniel Abruzzese - Redazione Esteri
Data: 30/10/2017

Quest’anno è toccato alla Coca Cola offrire le celebrazioni per l’anniversario della riunificazione. A Berlino, alla Porta di Brandeburgo, con qualche artista di livello medio: „Coca Cola Fest der deutschen Einheit“, un omaggio alla nazione che ha prodotto così tanti aneddoti la cui unica morale dovrebbe essere: sì, siamo nella migliore delle epoche possibili.

Elfriede Jelinek aveva ai tempi commentato velenosamente: la Germania ha salutato la sua riunificazione come se stesse riscuotendo una cambiale dalla storia. Più propriamente, diremmo oggi, dopo quasi trent’anni in cui l’equivoco della riunificazione è diventato verità incontrovertibile, la Germania guida orgogliosamente la corsa verso la vuota autoproiezione dell’Europa.

Al centro di questa immagine, la metropoli, Berlino, the place to be, paradiso per viaggiatori, artisti e speculatori edilizi, Disneyworld della storia da documentario. Qui, per la festa nazionale, non sfilano parate militari come altrove, ma la solennità è sostituita da un prodotto simbolo di quella libertà a cui i tedeschi dell’Est, secondo la ricca aneddotica, hanno agognato per decenni. Insomma, questa è la capitale dove il potere e il senso della realtà sono sempre invisibili.

Per questo status particolare, turisti e bohémiens si affollano per le strade di questa metropoli provinciale, ripagati con tonnellate di spazzatura in cui si fondono storie di spie, avventure da film d’azione hollywoodiano, architetture ardite ma solo nel gusto, un onnipresente humour da serie televisiva, parchi giochi inariditi dalla mancanza di immaginazione e immagini dell’ottusità prussiana da cartolina.

E poi, al termine dei massacranti percorsi diurni, inizia la vera vita: musica dal vivo come in ogni capitale che si rispetti,  fiumi di techno (da quindici anni la più moderna del mondo!), gridolini da serie televisiva e il proibito, come negli anni Venti o Settanta. Sullo sfondo, macerie brunastre e grigie, edifici color legno che crescono come arbusti e il verde sfregiato dalla presenza umana.  Ovunque, una bruttezza orripilante, difficile da pensare altrove.

Lasciato tutto ciò che è a portata di turista, inizia la retorica per i conoscitori: Cabaret, i Goldene Zwanziger, Alfred Döblin, e, ai nostri giorni, David Bowie e Iggy Pop, giù fino a Marlene Dietrich e l’insolenza berlinese. Sotto questa stratificazione di bugie, ancora la bruttezza: è l’immagine della speranza regolarmente disattesa di essere una metropoli come tutte le altre (New York o Dubai in testa) e anche migliore; e ancora una volta aneddotica, fino all’ossessione, fino all’anestesia.

Tolto anche quest’ultimo strato, rimane la miseria: le puttane, i mendicanti, i miserabili, i drogati, gli alcolisti, ma anche chi vive per 800 euro al mese scarsi, il pensionato che di notte raccoglie bottiglie vuote per arrivare a forza di centesimi al livello di sussistenza, e anche il borghese che, in nome dello charme berlinese, si adatta ad una vita  adorabilmente shabby.

E qui, infine, la leggenda del miracolo economico dell’era Merkel arriva a fondersi con la realtà: miseria e ricchezza sono tutt’uno, parte di un unico meccanismo onirico, nel momento in cui sono parte di un meccanismo onirico – che poi è lo stesso che inseguono coloro che arrivano negli ultimi anni in Europa, nella speranza di poter essere schiavi in un luogo più centrale del mondo.

Nell’illusorietà, Berlino ha almeno una continuità storica: essa stessa nasce infatti come astrazione, qualche secolo fa, in mezzo al niente del Brandeburgo e tale rimane per sempre. È una puttanaccia appena arrivata dalla campagna in città, che non azzecca mai un abbinamento di colori e ha difficoltà anche con le misure dei vestiti. Ammorba l’aria con i suoi urli sguaiati, talmente ossessivi da diventare abitudinari, sopportabili che infine, per consunzione, diventano simpatici.

È lì che inizia l’incantesimo e si inizia a credere che la città non abbia cattive intenzioni. Ci si convince che l’assurdità della vita in un paesone di 3 milioni e mezzo di abitanti abbia i suoi vantaggi, nonostante i costi, le leggi assurde valide qui come altrove, nonostante gli anni d’oro di Berlino continuino ad essere sempre più passati, nonostante qui si sia al centro di un vicolo cieco. E ci si rifiuta di pensare alla frase finale di Karl Siebrecht in Ein Mann will nach oben di Hans Fallada: „Alla fine, è stata Berlino a conquistare me“.

Forse perché in nessun posto come qui è naturale sognare di essere altrove.




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