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Recensione: Ascanio Celestini con 'Pueblo' al Teatro Vittoria

Recensione: Ascanio Celestini con 'Pueblo' al Teatro Vittoria
Autore: Recensione della nostra inviata Susanna Schivardi
Data: 31/10/2017 07:05:24

Secondo appuntamento di una trilogia iniziata con Laika nel 2015, Pueblo è lo spettacolo di Ascanio Celestini, che ha animato il Teatro Vittoria a Roma, dal 17 al 29 Ottobre, per EuropaRoma Festival, con anteprime a Napoli, Pistoia, Sansepolcro (tra giugno e luglio) e poi Liege, Bruxelles e Parigi.

Vederlo sul palcoscenico è uno spettacolo senza bisogno di altra scenografia, bastano lui, un tavolino, una tenda e strumenti musicali (ricordando tanto il teatro epico di Brecht).

Con la musica di Gianluca Casadei, Celestini si fa menestrello e antico aedo, con un racconto fiume che ha come sottotitolo “storia provvisoria di un giorno di pioggia”. Se ti chiedi che cosa sia Ascanio non sei sicuro di avere in mano la risposta giusta, perché non è attore e non è sceneggiatore, è improvvisatore e narratore da teatro di un mondo impazzito, schizofrenico, impiastricciato.

Prende spunto da stimoli di altri, le sue storie si compongono perché altri gliene raccontano altre e poi guarda la politica, ascolta i commenti sui social, parodia la falsità del mondo, inzeppato di narcisismo e razzismo, in cui non riconosce più i partiti perché tutti, da destra a sinistra, hanno perso le connotazioni essenziali. Inizia in una giornata di pioggia, un racconto dai toni antichi, acquerellati, di quelle storie che si raccontano ad un bambino sul ciglio del letto, prima di dormire. Come interlocutore ha un uomo-bambino, una voce fuori campo con la faccia d Gianluca Casadei.

Il pretesto è immaginare la storia delle persone, anche di due donne che intravedi per caso alla finestra, lei giovane, l’altra meno giovane e da lì parte una valanga di illusioni, immagini, fantasticherie che fanno parte della vita vera e fanno da cornice a qualche pennellata, aldilà di uno schermo di pc o di uno smartphone.

Da lì la tempestosa lingua di Celestini si arrovella su parole una dopo l’altra senza un attimo di respiro. Un solo sorso d’acqua alla fine della prima ora, per arrivare al termine dello spettacolo che ti fa perdere la cognizione del tempo, perché come dice lui “non ho un testo a memoria. Mi muovo dietro ad una bestia”, come fanno i cacciatori quando attendono il momento buono per sparare. Non contano le ore e i minuti ma vanno a seconda del sole, della luce del giorno e della notte. Ce l’ha con chi racconta al telegiornale solo le tragedie, un volto prende forma solo quando viene ammazzato, e di questa vittima sapremo sempre troppo poco.

Ce l’ha con chi non si sofferma, con chi crede solo a quello che legge sui social, ce l’ha con la mancanza di ragionevolezza. Ascanio racconta di un’umanità profondissima, di quella che ci passa davanti e impariamo solo a disprezzare, un’umanità che non merita di essere approfondita. Alla fine dello spettacolo ci si sente stanchi, sfiniti come deve sentirsi lui senza aver preso una sola pausa. Mette i brividi, fa quasi piangere e ci si affeziona ai suoi poveri personaggi, ai margini della realtà. Ai margini, e basta. Vorresti non abbandonare mai quelle storie, Celestini ti ci butta dentro e non sempre sei pronto ad abbandonarle.

Esci e te le senti ancora addosso. Questo è l’effetto che fa, un effetto dirompente come uno schiaffo in faccia che non ti aspetti. Tragicomico e anche solo comico quando dice battute che il pubblico non sempre capisce (“abbiamo fatto lo spettacolo a Parigi e nessuno ha riso, però forse era colpa della lingua ma se anche qui nessuno ride allora la battuta fa proprio cagare” cit.), facendosi perdonare addirittura con una barzelletta ormai trita e ritrita, ma detta da lui fa ancora ridere. Si ride di tristezza, purtroppo, in questo mondo disfatto, tra buste di spazzatura, cassonetti maleodoranti e disagi al limite della sopportazione. Ascanio ti racconta anche questo e in qualche modo te lo fa digerire. 


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