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Italia e repressione della libertà di stampa: arrivano i metodi estremi

Italia e repressione della libertà di stampa: arrivano i metodi estremi
Autore: Editoriale del Direttore - Emilia Urso Anfuso
Data: 15/06/2018

Negare ai giornalisti di fare il proprio mestiere, è contrario ai fondamenti di un regime democratico. Ogni giorno, noi giornalisti, abbiamo il dovere – e il diritto – di informare le persone su quanto accade in ogni ambito e settore.

Non è un “essere ficcanaso”: la nostra professione è proprio questo. Raccontare i fatti, approfondirli, renderli fruibili, e comprensibili, a chi non può avere gli strumenti, e nemmeno la preparazione, per venire a conoscenza di ciò che accade ogni giorno.

Ma cosa succede se questo dovere di cronaca non viene concesso e – anzi – viene duramente represso? Succede che, immediatamente, si palesa una volontà, da parte di chi reprime il diritto/dovere di cronaca, di non far trapelare la verità e quindi, di non raccontare la realtà dei fatti ai cittadini/lettori/contribuenti ed elettori.

E’ grave? No. E’ gravissimo. Abituati a venire a conoscenza di come, in altre nazioni, il giornalismo sia costantemente oggetto di repressione, nel nostro paese sta passando quasi inosservata una notizia grave.

Tre colleghi giornalisti, Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano, Marco Preve di Repubblica Matteo Indice della Stampa, e che stanno lavorando a un’inchiesta sui finanziamenti pubblici alla Lega, sono stati fermati dalla Guardia di Finanza, condotti in caserma, identificati e interrogati per tre ore. È un paradosso: la Guardia di Finanza che ferma chi indaga su un caso di riciclaggio di fondi pubblici che vede protagonista la Lega.

Attenzione: non stiamo parlando di fatti ipotetici. La Procura di Genova ha effettivamente avviato un’inchiesta su questa tematica. In pratica, i magistrati stanno indagando sulla titolarità di tre milioni di euro che, subito dopo le elezioni del 4 marzo, sono stati trasferiti dal Lussemburgo all’Italia.

I sospetti sono che si possa trattare del famoso “tesoretto della lega”: un tesoretto di ben 48 milioni di euro, derivanti da rimborsi elettorali dal 2008 al 2010. Ma questi rimborsi non erano dovuti, di conseguenza i magistrati stanno cercando di capire tutti i movimenti. Umberto Bossi e Francesco Belsito – tesoriere del Carroccio – furono condannati, in primo grado e con l’accusa di truffa, lo scorso Luglio. Ora è in corso l’appello.

I colleghi fermati, quindi, non stavano facendo qualcosa di illegale o deontologicamente sbagliato. No. Stavano facendo il loro mestiere. Ma, guarda caso, la Lega è il partito di cui l’attuale Ministro degli interni è il capo. Non possiamo ritenere che si tratti di un puro caso.

Ora: se la Guardia di Finanza di Bolzano, che lo scorso 13 Giugno era impegnata in una perquisizione presso la sede della Sparkasse di Bolzano, la filiale della Banca di Milano e la Cassa di Risparmio dell’Alto Adige, sequestrando diversi documenti cartacei e file informatici a diversi dirigenti e al presidente dell’istituto di credito altoatesino, Gerhard Brandstaetter, per far luce sulla vicenda dei fondi della Lega, per quale motivo avrebbero dovuto fermare e portare in caserma tre giornalisti che stanno indagando su una truffa ai danni dello Stato?

La questione è particolarmente intricata. E non è – in nessun caso – un buon segno. Se la Guardia di Finanza avesse chiesto ai tre colleghi maggiori informazioni nell’ambito dell’inchiesta sulla sottrazione di fondi, sarebbe rientrato nelle cose accettabili: un normale scambio di informazioni.

Ma così non appare essere, se anche la Fnsi e l’Ordine ligure dei giornalisti hanno parlato di “un comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un’indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di Fondi pubblici. Sorprende – conclude la nota – la scelta ‘muscolare’ di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l’informazione e imbrigliare la libertà di stampa”.

Effettivamente, i tre colleghi sono stati fermati, identificati e interrogati per tre ore. Non sono stati ascoltati per ottenere eventuali informazioni utili all’inchiesta in corso da parte della Procura di Genova. E’ diverso.

Se questo è l’approccio che il neo insediato governo vuole dare al nostro paese, negando il dovere di cronaca e il conseguente diritto dei cittadini ad essere puntualmente informati su quanto accade nel nostro paese, non lasciamo che questo evento cada nel dimenticatoio in breve tempo.

Faccio anche notare che questa notizia non viene passata nei telegiornali nazionali. Il popolo non deve sapere.

Attenzione a non sottovalutare quanto accaduto. E non solo per la professione giornalistica in sé, quanto per il diritto dell’intera popolazione italiana ad essere informata.

In tutto il mondo si sta assistendo a un tentativo estremo di repressione dell’informazione.

Tump, negli USA, ha apertamente dichiarato guerra alla Stampa, definendola “Un nemico del popolo americano” (…). Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, stilata annualmente dall'organizzazione non governativa Reporter Senza Frontiere, gli USA si trovano al 45° posto.

Stanno messi peggio in Cina, che conquistano un bieco 176° posto in classifica. I media statali, ma anche quelli privati, sono stati messi sotto stretto controllo da parte del Partito Comunista, e se un giornalista straniero tenta di fare il proprio lavoro in Cina, incontra difficoltà di ogni sorta.

In pochi sono a conoscenza del fatto che, proprio in Cina, sono attualmente detenuti 50 tra giornalisti e blogger. Il “reato”? Essersi azzardati a raccontare la verità su quanto accade in Cina in molti ambiti. Compreso quello politico.

Non parliamo poi della situazione in Russia, che reprime ormai da anni giornalisti e stampa. E non dimentichiamo la Turchia: il presidente Erdogan ha palesemente represso la libertà di stampa, imponendo il carcere – in alcuni casi persino con la pena dell’ergastolo – a giornalisti rei solo di aver fatto il proprio mestiere in una nazione a regime violentemente dittatoriale.

Nel nostro paese, anche a causa delle campagne contro la categoria dei giornalisti promulgate dal Movimento 5 Stelle, con tanto di “epurazioni” operate da Beppe Grillo, non si può dire che la situazione sia tranquillizzante. Si teme anzi che l’avvento dell’ex movimento al governo, possa nettamente chiudere al diritto di cronaca e di informazione.

Cinque anni fa, decisi per il silenzio stampa nei confronti del Movimento 5 Stelle. Un atto di coerenza a fronte di tanto astio e aggressività contro la nostra categoria professionale. Silenzio stampa che, giocoforza, ho annullato con l'avvento del M5S al governo. 

Ciò su cui è però necessario riflettere, oltre al fatto che solo nei regimi dittatoriali accade quanto ho descritto, è che a far le spese di questi metodi di repressione della stampa, sono per primi i cittadini ed elettori degli stessi oppressori.

E se questi cittadini, elettori e lettori, non si renderanno conto della gravità di quanto accaduto ai tre colleghi che lavorano all’inchiesta sui fondi della Lega, significa che è stato già fatto un grosso danno: oltre al diritto alla libertà di informazione, e al diritto dei cittadini a essere informati, è stato già negato loro il diritto di capacità critica.

Non è un buon momento. Consiglio vivamente di non tralasciare un’occasione di riflessione comune sulla condizione della democrazia, nel nostro paese e nel resto del mondo.

©Tutti i diritti riservati. La diffusione è concessa esclusivamente indicando chiaramente il nome dell'autore e il link che riporta a questa pagina

 




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