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'Lilus diavolo difettoso' di Erminio Maurizi - Ed. Ponte Sisto

'Lilus diavolo difettoso' di Erminio Maurizi - Ed. Ponte Sisto
Autore: Susanna Schivardi - Redazione Cultura
Data: 23/12/2013 18:30:38

 

Chi è Lilus veramente? Il titolo è chiaramente riduttivo. Innanzitutto è un diavolo. Che vuol dire? Un angelo cattivo? Un reietto del Paradiso? In realtà sembrerebbe più un ibrido tra un demone vero e proprio e un essere umano oltremodo sofferente. Nasce beato con una vita beata e poco dopo viene tentato dalla donna che lo accompagna, Lilith.

Tutto cambia. A quel punto la sua esistenza è dannata per sempre. Mentre Lilith se la cava, lui è condannato a vagare in preda ad un’ossessione amorosa che non trova pace. Non è cattivo, non vuole infliggere del male perché lui per primo soffre, dentro, in maniera lacerante. Tutta colpa della donna che nel frattempo si è affiancata al diavolo per essere una sua esecutrice.

Lilus finisce per diventare anch’egli aiutante del diavolo ma al contrario degli altri demoni dannati non è macchiato di malvagità. Quindi Lilus è difettoso perché non risponde esattamente a quello che ci si aspetterebbe da un essere malefico. Di questa storia che viaggia tra le rime antiche della teogonia esiodea e i versi della Bibbia, in una escalation di creazione fenomenologica dei primi esseri sulla terra, attrae innanzitutto la forma, poetica più che prosastica, che permette davvero al lettore di inoltrarsi in un campo che fa tanta parte della tradizione dei poemi, con un prologo, una evoluzione e un epilogo. Non manca l’indugio in un formulario creato appositamente per non far perdere il punto di vista sostanziale della trama, ossia una sofferenza d’amore ultraterrena.  

Amore e morte che si susseguono in un andamento lineare, tra l’anelito d’amore puro a cui assurge Lilus e l’incombente fine di cui sono fatte le creature che lo traviano. In due punti l’autore audacemente utilizza due espressioni che farebbero pensare ad un linguaggio piuttosto colloquiale, quasi a strappare l’aurea aulica in cui trasporta il lettore pagina dopo pagina. Una dimensione tuttavia terrena, violenta, dove la noia terrorizza e l’incontinenza si manifesta oltraggiosa e decadente. Il povero diavolo è vittima e carnefice di se stesso. Sembra essersi cristallizzato in un’embrionale forma non evoluta dell’essere uomo con tutte le sue imperfezioni, a metà tra dio e l’uomo stesso, tra l’eterno perfetto e il non eterno sempre perfettibile, non trova requiem né soddisfazione. Anche l’amore di cui parla è un sentimento che in verità solo un dio perfetto può provare e maneggiare, egli non è adatto a tanta audace anelito, è difettoso e tale rimarrà e soprattutto il suo difetto lo condurrà per sempre alla disperazione.

Noi uomini siamo come Lilus? Forse i più arditi tra gli umani, quelli che vivono al di sopra delle mediocri possibilità, coloro che della vita hanno fatto un dogma filosofico, che vedono l’invisibile laddove i normali non arrivano, probabilmente gli artisti che nell’enfasi del loro sentire trovano nel suicidio l’unica arma per liberarsene. E Lilus nemmeno questo può fare perché è un diavolo difettoso e come lui anche il mondo in cui si trova a vivere. Tanto ricorda la nostra essenza e condizione terrena e tanto fa riflettere il travaglio che da nessuna parte spinge se non alla autocommiserazione.

Le fotografie che si alternano alla parola scritta sono un commento specifico e latente, che non si esaurisce nell’immagine ma che di essa si fa portatore laddove il linguaggio stesso non sa esprimersi alla perfezione. Se non nella ripetizione costante e quasi nauseante del termine amore. Una semplificazione del vocabolario che riporta alle origini stesse della lingua, quasi a significare che un diavolo difettoso di più non è in grado di esprimere. Non unico nel suo genere ma tuttavia originale nella sua brevità, considerando la portata immensa del messaggio che in qualche modo ci vuole lasciare, l’autore ha creato un personaggio che nel suo tanto patire finisce per appartenerci, inconsapevolmente, e parlarci senza retorica, anzi, con fin troppa umana accondiscendenza.

 


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