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Recensione: Black History al Teatro Trastevere

Recensione: Black History al Teatro Trastevere
Autore: Recensione della nostra inviata Susanna Schivardi
Data: 05/01/2019 06:19:27

Dal 25 al 30 dicembre al Teatro  Trastevere una commedia tutta in musica, con testo originale e un’idea organizzata intorno ad un omaggio al soul nero americano a partire dagli anni ’30, con un viaggio lungo due ore attraverso i massimi sistemi del jazz, a partire dai Golden Gate Quartet fino a Duke Ellington, passando per Billie Holiday e Aretha Franklin, in un crescendo di note e mood.

All’interno di un Bar, il Black Bird Bar, denominato anche Bbbar, il proprietario racconta di un’età dell’oro quando lì passavano i grande del jazz, con le loro bassezze molto umane, le loro bottiglie scolate e tanta, tanta bella musica. Le donne non erano come adesso, attaccate agli I-phone in cerca di like e la musica dei ragazzini non si chiamava Sferaebbasta – fa anche orrore scriverlo - ma aveva il sapore di un rap vero, autentico.

Fatto di sofferenza e speranze, come la storia afro americana, i neri venuti da lontano, in cerca di libertà e affrancamento dalla loro miseria. Freedom è il canto sottinteso che si percepisce in ogni singola nota, con la World Spirit Orchestra, diretta da Mario Donatone, uno dei più apprezzati pianisti soul in Italia, insieme al Trasimento Gospel Choir, il Varcobianco Ensemble e il Coro Equo e Solidale di Roma, raccontano la forza e l’ironia del popolo nero, attraverso la storia e il sound tipico di quegli anni, quando l’anima coinvolgeva l’arte e dava vita all’eterno.

Tra brevi intermezzi recitati, in cui non mancano mozziconi di battute di spirito e gag, si esibiscono magistralmente al pianoforte Riccardo Biseo, Angelo Cascarano alla chitarra e al basso, Andrea Mercadante alla tastiera e Roberto Ferrante alla batteria, con una breve parte recitata e un assolo di fisarmonica, voce narrante di malinconica tristezza per un amore perduto. Il coro gospel entra ed esce come un ritratto che racconta e recita con parole e melodie trascinate come pezzi di corpo emaciati, memoria immensa di un popolo e della sua sofferenza ma anche della sua grandezza tutta spiegata in ritmo e voce.

Le cattive ragazze del soul come Billie, Aretha e Nina Simone, cantanti, ma anche un po’ puttane, capaci di bere come un uomo e scolarsi quattro bottiglie in una serata, bisognose di amore e disperate allo stesso tempo. Un cameo particolare a Mario Donatone, assoluto protagonista dello spettacolo con una grazia e una maestria capace di mettere a proprio agio anche lo spettatore neofita, vate dalla  duttilità infernale tra voce, piano e arrangiamento per terminare con una delirante improvvisazione che fa da slogan a tutto lo spettacolo. Folle e inaspettato. 


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