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Grillo
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Si. E' corretto che rimangano fedeli alla linea 5 stelle
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Cinema

Data: 15-03-2008

Senza la parola fine. Pare il titolo di un bel film o di un romanzo e invece lo collocherei subito dopo la frase “La crisi del cinema italiano”.

Suona bene e ruba sicuramente smorfie di dolore o nervosismi di chi invece crede solo nel cinema tricolore o fa sorridere chi, del cinema romano, ne ha piene le scatole.

Ma perché dico “cinema romano”?



Perché, come è noto, la decisione di Benito Mussolini di creare una città del cinema nella capitale ha spinto, volente o nolente, la nazione ad avere il centro di produzione più grande d’Europa proprio lì, in mezzo all’Italia. O forse sarebbe meglio dire l’ex centro più grosso d’Europa.

Già, il cinema italiano si è arenato là dove i grandi del secolo scorso l’hanno portato e lì vi è rimasto senza più evolversi.

Alcuni ci hanno provato, altri hanno invece sapientemente spostato l’attenzione del pubblico e dell’economia sul cinema di genere e, altri ancora, hanno poi deciso che investire nel cinema sociale e/o intellettuale era la via migliore.

Chi ha vinto?



Nessuno di questi. Il cinema italiano vince solo nel periodo natalizio con i classici “cine-panettoni”, il resto, al botteghino, è fiasco sicuro, tranne sporadiche occasioni (“Notte prima degli esami”).

Negli anni settanta l’horror e il poliziesco italiano erano esportati in gran parte del mondo. L’Asia e il Sud America erano i nostri mercati principali e, successivamente, si sono aggiunti l’est Europa e i nostri vicini francesi e tedeschi. In molti paesi del mondo era facile imbattersi in produzioni italiane dove inseguimenti, sparatorie e omicidi irrisolti nelle vie di Milano, Roma o Napoli erano un clichè che ben funzionava.

Poi il silenzio.

Alcuni hanno battezzato, col nome di “spazzatura” questo cinema di genere e gli stessi hanno poi dato spazio alla stessa “immondizia” ma di stampo americano che è, lecito dirlo, proseguita sino a metà anni novanta, con trame e sottotrame che ricordavano molto da vicino i nostri eroi nazionali che tra una pistolettata e l’altra si fermavano a bere una nota marca di amaro!

Oggi il cinema italiano non ha cinema di genere. Questo è il vero problema.

La stessa Germania, fanalino di coda dell’occidente per il mercato cinematografico mondiale, si è riscoperta oggi una grande rivelazione produttiva. Preferibilmente i produttori spostano i capitali  nella mecca del cinema statunitense (con ovvi introiti successivi nel proprio paese) ma molti hanno compreso che il fenomeno televisivo era più appropriato al pubblico tedesco ed europeo. Risultato?



La Germania produce i migliori serial televisivi d’Europa e investe milioni di euro (solo privati, ben inteso) nel cinema di oltreoceano accaparrandosi poi i diritti in esclusiva di distribuzione e/o di merchandising europeo.

La Francia ha invece i peggiori serial televisivi europei a pari passo con le produzioni spagnole e nostrane ma ha investito moltissimo sul cinema e ogni anno, le pellicole francesi di genere (commedia, azione, spionaggio, thriller) superano gli incassi dei film a stelle e strisce.

La Spagna rende molto bene con film horror o lungometraggi ove la tensione psicologica è molto forte ed esportano in tutto il mondo (ringraziando tutta l’america latina e gli stati uniti ove lo spagnolo è la seconda lingua del continente…ma non l’aveva scoperta Colombo, l’America?).

E l’Italia, in tutta questa Europa in fermento, che ruolo ha?

Il Bel Paese si ferma ai fenomeni (o presunti tali) dei best sellers dei teen-agers. Se lo scrittore vince con le vendite in libreria allora qualcuno gli offre un milione di euro per riscrivere e poi dirigere un film tratto dal proprio romanzo. Risultato al cinema?



Mille biglietti staccati.

L’Italia produce oggi film per teen-agers o film con personaggi comici che erano di moda venti anni fa oppure ricicla cabarettisti televisivi e gli fa fare le medesime cose che hanno fatto in televisione sino a poche ore prima. Risultato al cinema?



Cinque mila biglietti staccati. Una tristezza infinita. Ma i produttori continuano imperterriti a produrre il circolo vizioso di un cinema che non tende mai a decollare ove, questi ultimi, hanno sempre la sicurezza di poter affondare le già loro ricche mani nei fondi del governo (e ringraziamo il signor Veltroni che fece uno scempio anni or sono…) oppure giustificandosi dicendo che con il mercato dell’home video si rifaranno. Dati alla mano anche nel mercato del noleggio i film più amati sono quelli statunitensi o, badate bene, asiatici.

L’Italia ci prova con i serial televisivi copiando i format americani. Talvolta funzionano benissimo e quindi perché non farne un lungometraggio per il grande schermo?



No, per i produttori, gli italiani, non vanno al cinema a vedere prodotti nazionali improntati sul poliziesco.

Perdonate la domanda ma quando è stata l’ultima volta che in Italia si è visto un poliziesco o un film d’azione ITALIANO al cinema?



Era forse il 1979?

Sto cercando di andare a ritroso nel tempo ma più che Moretti, Avati, Salvatores, Antonioni, Calopresti, Salemme, Vanzina, Puglielli, Soldini, Moccia (…), Sorrentino, Muccino, Verdone, Parenti, Tornatore e altri venti registi di fama mondiale, non mi risulta che esista ad oggi una loro produzione che possa vagamente assomigliare ad un poliziesco teso, eroico, aggressivo o dinamico come quello che francesi, cinesi e americani sanno fare. Come mai?



Eppure i film “spazzatura” che tutti ridicolizzano sono sempre i primi in classifica. Perché non provarci?



Che male c’è?



Migliorerà, secondo la logica, un mercato che continua ad offrire sempre le medesime cose?



No.

Migliorerà un cinema dove la massima spesa del set è pari ad un milione di euro quando Francia, Spagna, Inghilterra e Germania ne spendono trenta, quaranta o cento volte tanto per poi esportare il loro film ovunque?



Certo che no.

Ma ci rendiamo conto che con i film d’autore, i drammi o le commedie natalizie il nostro cinema potrà essere elogiato solo al David di Donatello o al Festival di Venezia?

Non siamo più credibili e mi spiace dirlo.

Riprendiamo le sorti del nostro cinema, investiamo su giovani talenti e riprendiamo le sorti del cinema di genere. Vivere sul ricordo che cinquanta anni fa Roma era il massimo del cinema europeo è un po’ come gongolare sul fatto che i romani, duemila anni fa, erano i più potenti del mondo. Non è un po’ troppo, come dire, stupido?

A Voi la risposta.

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