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Grillo
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Si. E' corretto che rimangano fedeli alla linea 5 stelle
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Scrittura

Data: 06-12-2010

“Un’ Unità mal condotta e peggio proseguita” certo; ma “grazie all’Unità – attraverso un processo lungo, faticoso e non ancora terminato – l’Italia è diventata un grande Paese. Non lo sarebbe mai stata senza il Risorgimento” .
Bastano queste brevi frasi ( pagg. 252-253 ) per condensare – ha osservato Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito- Renzo de Felice – l’ispirazione complessiva del saggio di Giordano Bruno Guerri “Il sangue del Sud- Antistoria del  Risorgimento e del brigantaggio” ( Milano, Mondadori, 2010): che è stato presentato a Roma, nella sede della Fondazione in Via Genova, come primo degli incontri che la Fondazione stessa ha in programma per il 150mo dell’ Unità d’ Italia.
E’ un libro, questo di Guerri, che non è certo in chiave leghista o neoborbonica, di aperta opposizione all’ Unità d’ Italia o impossibile nostalgia per il “Paese dei granducati”. Ma che semplicemente, per la penna d’uno storico di valore, ora Presidente della fondazione “Il Vittoriale degli italiani” e  già autore di saggi che han rivoluzionato l’approccio a varie figure storiche ( da Ernesto Buonaiuti a Maria Goretti, da Farinacci a Bottai ), vuol rendere giustizia al Mezzogiorno, evidenziando il  tributo di sangue pagato  da quest’ultimo all’ Unità.

D. Dottor Guerri, viene spontaneo ( a prescindere anche dall’analogia nel titolo)  il paragone tra il suo libro e il celebre “Sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa del 2003: in cui l’autore inaugurava una serie di studi, giunta sino all'ultimo I vinti non  dimenticano"( vedi "Gli Scomunicati", fine novembre 2010, N.d.R.) sui lati meno nobili della Resistenza e i gravi costi  umani e  sociali del “bagno di sangue” post 25 Aprile (  pur simmetrico, in molti casi, alle stragi nazifasciste del prima ). E’ un paragone giusto?



R. Senz’altro, sia nel 1861 che nel 1945, pur in situazioni storiche molto  diverse, il nostro Paese ha subìto una grave frattura: che per molti aspetti, pur dopo tanto tempo, non è ancora ricomposta. Per farlo, è essenziale  capire nei dettagli la storia di ambedue i periodi: cercando anche d’ ascoltare la voce dei vinti. Nel caso dell’ Unità, si tratta d’un processo che, pur   necessario, è stato condotto, nel trentennio successivo al 1860, con grande disprezzo per le ragioni del Mezzogiorno:  con le armi d’una feroce repressione militare, da un lato, e d’uno spietato accentramento  amministrativo dall’altro, livellando e abolendo ( alla maniera, verrebbe da dire, della crescita mondiale della borghesia studiata da Marx nel “Manifesto” comunista del 1848, N.d.R.)   costumi, tradizioni, anche leggi, sbrigativamente bollati come residui del feudalesimo,  e che, invece, spesso avevano anche lati moderni e positivi.

D. Sino ad ora, però, non erano mancati studi in questa chiave, dalle notazioni di Gramsci nei celebri “Quaderni dal carcere” a “La conquista del Sud”, di Carlo Alianello…

R. Sì, ma tranne poche eccezioni s’è trattato, specie negli ultimi decenni, solo di libri editi da case  di rilievo puramente locale, fuori dai grandi circuiti massmediatici: mentre nei testi scolastici, il brigantaggio il piu’ delle volte veniva liquidato in poche righe, come fenomeno di rilievo puramente criminale e sanfedista- reazionario, peraltro endemico del Mezzogiorno sin dai tempi  almeno della dominazione spagnola. Invece la guerra condotta dal neoesercito unitario  nel Sud per circa un decennio ( 1861-’70:  ma fenomeni isolati continuarono anche dopo) è stata in sostanza una vera guerra civile, con repressioni spietate e distruzioni di villaggi ( come Pontelandolfo , nel Beneventano: 400 fucilati per 41 soldati sabaudi uccisi, dieci per uno, come alle Ardeatine, N.d.R.) che veramente  sembrano quasi prefigurare i massacri di  Marzabotto,  del Vietnam, dell’ Afghanistan invaso dai sovietici . Una guerra che ha fatto, tra i soldati italiani, piu’ morti  delle tre guerre del Risorgimento messe insieme; e . tra i civili del Sud, un numero mai chiarito di caduti ( la cifra più attendibile è di centomila persone, tra fucilati e morti successivamente , per le inumane condizioni di detenzione in carcere).

D. E’ logico anche il paragone con altri Paesi che, in epoche cruciali della loro storia, han dovuto affrontare analoghe “Questioni meridionali”, scivolando anche qui in sanguinose guerre civili: dalla Francia ( dalle stragi dei catari provenzali del  XIII secolo a quelle settecentesche del Governo rivoluzionario nella Vandea cattolica e legittimista)  sino agli Usa della Guerra di secessione. Ma in questi Paesi, i traumi di questi conflitti, pur con processi lunghi e dolorosi,  si sono ricomposti nel quadro d’una precisa identità nazionale. Perchè da noi questo ancora non avviene?

R. Direi perché troppo spesso le classi dirigenti postunitarie – che pure dopo il 1861 hanno compiuto una grande opera d’unificazione  ( linguistica, amministrativa, economica), e creato una rete nazionale di infrastrutture, verso il Sud si son comportate con presunzione e  arroganza. Non considerando che,  ai meridionali,  non avrebbe certo potuto chiedere troppa fedeltà, uno Stato che, specie nei primi decenni dopo l’Unità, il piu’ delle volte  si presentava col volto dell’oppressione fiscale ( ancor piu’ insopportabile considerando i problemi creatisi per l’economia del Sud col passaggio da un circuito piccolo e protetto a  un grande circuito nazionale, proiettato nel resto d’Europa) , dell’unificazione amministrativa e linguistica nel disprezzo di norme e culture locali, dell’imposizione della leva militare obbligatoria. Mentre ( e qui  ha pesato anche   la morte prematura d’uno statista come Cavour, che sicuramente, se fosse vissuto ancora, non avrebbe accettato scelte come quelle  della Legge Pica del 1863, affidante la giurisdizione sui reati di brigantaggio ai soli tribunali militari) si sarebbero potute fare scelte diverse.

D. Ad esempio?



R. Quantomeno, attuare l’unificazione  normativa, amministrativa, linguistica del nuovo Regno gradualmente, e prevedendo magari anche agevolazioni fiscali per gli operatori economici che avessero  più dimostrato capacità e  buona volontà. Ma la storia è andata come sappiamo: nel solo quindicennio successivo all’Unità ( 1861-1876), cioè sino all’avvento della Sinistra liberale di Agostino Depretis, anche per la pressione dei fattori internazionali ( incipiente globalizzazione, guerre varie, tendenze all’espansionismo coloniale, ecc…), si sono compiute le fasi basilari di questo processo, bruciando veramente le tappe.  

D. Secondo lei, ne paghiamo ancora le conseguenze?

R. Per molti aspetti sì: le stesse Regioni, di cui sin iniziò  a parlare subito dopo ilo 1861, e che sono nate addirittura un secolo dopo, proprio per la mancanza, in Italia,  d’un’adeguata cultura amministrativa del decentramento  e delle autonomie locali ( al di là dell’azione di profeti inascoltati come Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Gaetano Salvemini,N.d.R.) , si son rivelate costruzioni artificiose, e  che han fatalmente riprodotto, il piu’ delle volte, gli stessi difetti dell’amministrazione centrale, in termini di accentramento burocratico,  moltiplicazione dei centri di spesa,favoreggiamento  di corruzione e parassitismo. I  governi del futuro dovranno veramente ripensare a fondo il tipo di Stato da realizzare, se vogliamo affrontare adeguatamente  le sfide dell’integrazione europea, della globalizzazione, della salute ambientale e umana.

 

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