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Teatro Off Off - 'Roma Caput Mundi' - Recensione

Teatro Off Off - 'Roma Caput Mundi' - Recensione

Autore: Recensione della nostra inviata Susanna Schivardi
Data: 23/10/2018 07:12:54

Apre la sua seconda stagione con lo spettacolo Roma Caput Mundi, il teatro di Via Giulia diretto da Silvano Spada. Fuori dagli schemi e attento ai nuovi richiami teatrali, il programma propone questo spettacolo interpretato da tre giovani attori, in scena fino al 21 ottobre, Fabio Vasco, Valerio di Benedetto e Riccardo Pieretti diretti dal giovane Giovanni Franci.

Vorrebbero raccontare una Roma disfatta, una città persa nei fumi di droga, alcool, violenza e intolleranza. Lo fanno con una vicenda di brutalità che si accavalla ad una facile psicologia basata sul recondito stigma freudiano delle colpe dei padri che ricadono sui figli. Atmosfera lugubre, spoglia, senza scenografia se non due panche che vengono a tratti spostate per creare un effetto scenico di dubbia efficacia.

Due ragazzi ad un certo punto si spogliano, rimangono in mutande, poi mentre ridondano nel loro machismo perfetto, quasi si adagiano in un afflato di affettuosità latente, smorzata dal sonnifero e dal soffocamento spirituale. Tra sensi di colpa e sospette pene, chiusi in cliniche di indefinita entità, i tre parlano e raccontano le loro vicende, fin troppo intricate, per giungere a  madri e padri crocifissi che diventano capro espiatorio di tutti i mali del mondo.

Geniale il finale del padre che dice al figlio: sei inutile come la parola “davvero”, forse l’unico momento veramente teatrale, tolto qualche esperimento in cui uno degli attori corre tra il pubblico urlando di gioia, pippato nero, per aver lanciato una molotov contro un mucchio di migranti stipati in una palazzina di un ente pubblico.

Arancia meccanica ne aveva raccontate di migliori e più avventurose, gli occhi strabuzzati e spiritati degli ultimi frame basterebbero per sommergere di oblio questa piece immatura e pretenziosa. Luoghi comuni e pavidi accenni di attualità: violenza, droga, psicanalisi, disagio, omofobia, misoginia, disprezzo per il più debole, diventano ritratti sbiaditi e fragili cornici di un mondo ben più maledettamente splendido nella sua malinconica discesa agli inferi.

Immaginifico il finale con la distruzione indegna dello studio paterno, la pisciata e la defecazione sugli appunti appannano tutto il tentativo precedente di catturare plauso e apprezzamento. E si arriva al sodo, il ragazzo colpevole di parricidio non finisce in carcere ma riprende brillantemente i suoi studi in scienze politiche grazie alla complicità di una madre evanescente di colpo rinsavita. Sarebbe bastato un “e vissero felici e contenti” per far rivoltare nella tomba perfino Cenerentola. 


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