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Recensione: THE VOICES OF VICTORY - Auditorium Parco della Musica

Recensione: THE VOICES OF VICTORY - Auditorium Parco della Musica

Autore: Recensione della nostra inviata Anna germinario
Data: 21/12/2015 18:20:51

Il Roma Gospel Festival, giunto alla sua ventesima edizione, presenta il 19 dicembre 2015 all’Auditorium Parco della Musica di Roma una “family band” creata nel 1992 da Jennifer Ingram con le figlie Nicole e Chrystal, assorbendo nel tempo altri elementi per ampliare voci e ritmica.

The Voices of Victory il loro nome, quattro donne e due uomini dalle voci potenti che intrecciandosi sapientemente tra loro con timbri diversi sanno dare vita a una coralità vellutata e avvolgente. Le ragazze si rivelano autentiche trascinatrici riuscendo a scatenare un pubblico anagraficamente eterogeneo e decisamente con disposizione d’animo pre natalizia e a farlo cantare, alzare in piedi e ballare al ritmo della musica. La loro gioia, dicono, viene da Gesù. Tutto viene da Gesù.

La motivazione storica della nascita del gospel,inteso come unica via di fuga mentale e spirituale da una vita disumana riservata alla popolazione di colore negli USA si ripropone ancor oggi nel totale abbandono a Gesù salvatore e apportatore di gioia e speranza di riscatto, a cui i cantanti, tra cui un gigantesco Pastor Jason, rendono grazie, ripetutamente. Nonostante abbiano suonato con artisti di fama mondiale  del calibro dei Simple Minds, Sinead o’Connor, Robin Gibb (dei Bee Gees) questi ragazzi sembrano davvero essere semplici e genuini, desiderosi di donare al pubblico la loro energia, la loro pienezza spirituale. Dopo un’ora di gorgheggi una  delle cantanti ha  sete. Prende una bottiglietta d’acqua che ha là sul palco e alza la mano per chiedere di aspettarla  qualche secondo. Applauso scrosciante; per la simpatia e la tenerezza che un gesto così comune suscita nel pubblico e che certo non intacca la loro professionalità  e presenza sul palco. Con rammarico quindi duole constatare qualche nota stonata in tanta armonia: l’acustica non certo ottimale che a volte distorce gli acuti delle tre donne e una scelta di brani che, anche se eseguiti magistralmente, non riescono a far vibrare le più nascoste corde del cuore. Con una standing ovation chiude lo spettacolo “Oh happy day” la cui interpretazione lascia alla scrivente un po’ di amaro in bocca ricordando la celeberrima versione di Edwin Hawkins, sigla tanti anni fa di una nota marca di spumante italiano.

 

 


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